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21:17

Cosa succede se la mia banca fallisce?

In generale con il termine asset (in italiano, attività) di una banca si intende qualsiasi cosa si possa valutare ed esprimere in termini finanziari (macchine, investimenti, immobili, affari, eccetera), incluse le riserve di liquidità, i crediti e i titoli.

Le passività (liabilities), invece, sono tutte le obbligazioni verso terzi, inclusi i depositi e i debiti, che sono rappresentati da prestiti interbancari a breve termine, obbligazioni, e così via.

Assets (Attivo)

 

Liabilities (Passivo)

Cassa e disponibilità liquide

70

 

Debiti verso banche (prestiti interbancari)

1.430

Attività finanziarie

2.200

 

Debiti verso clientela (depositi)

4.200

Crediti

7.100

 

Titoli in circolazione

3.300

Attività materiali

185

 

Capitale, riserve e azioni proprie

1.070

Attività immateriali

300

 

 

 

Altre attività

145

 

 

 

Totale Attivo

10.000

 

Totale Passivo

10.000

Per definizione, il capitale, che rappresenta le azioni della banca, è uguale alle attività meno le passività.

Una banca è solvibile se i suoi assets superano le sue liabilities, come in questo esempio di bilancio.

Se il valore dei suoi assets diminuisce, per esempio perché un debitore non rimborsa un prestito, o per un cambiamento nelle condizioni del mercato che la porta a dover vendere dei titoli ad un valore inferiore a quello iscritto in bilancio, il suo capitale diminuisce.

Quando il capitale scende a zero o sotto zero, la banca diventa insolvente.

Facciamo un esempio e supponiamo che un debitore della banca (può essere un’altra banca, ad esempio, o qualunque altro soggetto abbia richiesto prestiti) fallisca, e supponiamo inoltre che la perdita per la banca sia pari a 1.060. Gli assets totali della banca si riducono perciò di pari ammontare. Nel nostro esempio, il bilancio diventa (i valori in rosso sono quelli cambiati):

Assets (Attivo)

 

Liabilities (Passivo)

Cassa e disponibilità liquide

70

 

Debiti verso banche (prestiti interbancari)

1.430

Attività finanziarie

2.200

 

Debiti verso clientela (depositi)

4.200

Crediti

6.040

 

Titoli in circolazione

3.300

Attività materiali

185

 

Capitale, riserve e azioni proprie

10

Attività immateriali

300

 

 

 

Altre attività

145

 

 

 

Totale Attivo

8.940

 

Totale Passivo

8.940

A causa del fallimento del proprio debitore la banca non fa più utili, ed il proprio capitale si riduce da 1.070 a 10. A questo punto la banca potrebbe ancora tentare di incrementare a pagamento il proprio capitale attraverso l'emissione di nuove azioni, oppure attraverso un aumento del valore nominale delle azioni esistenti (aumento di capitale).

Senonchè, il timore del fallimento potrebbe indurre contemporaneamente molti correntisti e depositanti a prelevare i propri risparmi (come è successo alla Northern Rock Bank, la quinta banca inglese, nel 2007).

Per far fronte alle richieste dei depositanti, la banca si trova allora costretta a vendere i suoi crediti, titoli ed altri assets ad un prezzo inferiore al valore a cui sono iscritti in bilancio, innescando un meccanismo che porta ad una ulteriore riduzione del capitale.

Rifacciamoci sempre all’esempio e supponiamo infatti che la corsa agli sportelli della banca produca prelievi per complessivi 2.750. La banca copre i primi 70 con le sue riserve di liquidità, ma poi è costretta a vendere immediatamente le altre attività svalutandole (anche se di poco, come in questo caso) per recuperare i restanti 2.680 di cui ha bisogno.

La situazione che si presenta è quindi:

Assets (Attivo)

 

Liabilities (Passivo)

Cassa e disponibilità liquide

0

 

Debiti verso banche (prestiti interbancari)

1.430

Attività finanziarie

0

 

Debiti verso clientela (depositi)

1.450

Crediti

6.040

 

Titoli in circolazione

3.300

Attività materiali

0

 

Capitale, riserve e azioni proprie

0

Attività immateriali

140

 

 

 

Altre attività

0

 

 

 

Totale Attivo

6.180

 

Totale Passivo

6.180

I suoi debiti sono diminuiti di 2.750, ma pure i suoi assets sono calati di 3.820, il capitale si annulla e per questo la banca è insolvente.

Non resta che vendere gli assets residui per soddisfare i creditori. Se questi vengono venduti al valore di bilancio (6.180), tutti i depositanti e gli altri creditori possono essere pienamente rimborsati. Ci rimettono solo gli azionisti (perché il capitale è 0) e vengono cancellati.

Se la vendita dei crediti residui invece permette di raccogliere una cifra inferiore (si pensi ad esempio a prestiti concessi ma non esigibili), sufficiente a rimborsare per intero i depositanti (1.450), ma non gli altri creditori, allora questi subiranno un “taglio” (haircut) proporzionale al valore residuo dell’attivo (ad esempio, se dopo aver soddisfatto i depositanti, restano solo 2.365, allora l’haircut sarà del 50%).

In casi estremi, i creditori non assicurati possono vedere i loro crediti cancellati e anche i depositanti potrebbero essere costretti a subire un haircut (come è successo alle banche cipriote nel 2013).

Il fallimento di una banca (tanto più se di grandi dimensioni) è però un fenomeno che si cerca di evitare ad ogni costo. Prima di tutto perché indurrebbe al panico che danneggerebbe l'intero sistema finanziario. Ed in secondo luogo, perché, in caso di haircut, anche gli altri istituti che hanno concesso prestiti alla banca insolvente ne pagherebbero le conseguenze, scatenando così una reazione a catena da cui non si salverebbe nessuno.

E’ inoltre sbagliato ritenere che le perdite di una banca siano solo“perdite di carta” e che possono essere quindi risolte con qualche trucco contabile. Esse invece rappresentano un reale spreco di risorse (si pensi, ad esempio, alla costruzione di case che nessuno acquista durante una bolla immobiliare, finanziate col credito bancario). Qualcuno deve purtroppo sopportarne il costo.

Prima dell’accordo europeo sul cosiddetto bail-in (firmato nel giugno del 2013, subito dopo il salvataggio di Cipro), erano diverse le modalità e diversi i soggetti che erano chiamati ad intervenire per evitare il fallimento di una banca. In primo luogo lo Stato nel quale aveva sede la banca insolvente, che interveniva per “salvare” (bail-out) azionisti e creditori. In alcuni casi, infatti, i prestiti pubblici di emergenza sono stati sufficienti a salvare una banca dandole il tempo necessario a vendere gli assets a un miglior prezzo o anche soltanto aiutandola a ripristinare la profittabilità. Perché il prestito pubblico, aumentando gli assets e le liabilities di un uguale ammontare, non incide direttamente sul capitale della banca.

Casi del genere recenti in Italia sono stati i Tremonti Bond nel 2009 sottoscritti da quattro banche di interesse nazionale per un controvalore complessivo di 4.05 miliardi di euro al tasso di interesse compreso tra il 7,5% e l’11% annuo (Banco Popolare – 1.450 milioni di euro, Banca Popolare di Milano – 500 milioni di euro, Banca Monte dei Paschi di Siena - 1.900 milioni di euro e Credito Valtellinese – 200 milioni di euro). Ancora più recentemente i più noti Monti Bond emessi nel 2012 per un totale di 3.92 miliardi al fine di procedere al rafforzamento patrimoniale di Banca Monte dei Paschi di Siena. Ma interventi dello stesso tipo si sono registrati un po’ dovunque in Europa, dai 250 miliardi di aiuti di Stato che la Germania ha effettuato a favore delle banche tedesche ai 60 miliardi delle spagnole.

Dopo aver rischiato una procedura d’infrazione da parte di Bruxelles (per il ritardo accumulato), anche l’Italia ha recepito a luglio la Direttiva che diventerà operativa dal gennaio del 2016 sul cosiddetto Meccanismo unico di risoluzione delle crisi (Single Resolution Mechanism, SRM), che si traduce nell’introduzione di alcune norme europee univoche sulla gestione delle crisi bancarie. Come ha avuto modo di chiarire Ignazio Visco, le nuove regole «non consentono d’ora in poi il salvataggio di una banca senza un sacrificio significativo da parte dei suoi creditori». Solo in un secondo momento potrà continuare ad intervenire lo Stato (bail-out).

La direttiva europea prevede infatti un ordine di priorità. I primi chiamati a partecipare saranno gli azionisti della banca; poi i detentori di altri titoli di capitale, come le obbligazioni; gli altri creditori subordinati; i creditori chirografari; le persone fisiche e le piccole e medie imprese titolari di depositi per l’importo sopra i 100.000 euro; infine il «Fondo di garanzia dei depositi, che contribuisce al bail-in al posto dei depositanti protetti». Insomma, l’intervento dello Stato per evitare il fallimento è l’ultima risorsa. Essa si attiverà infatti solo se i primi interventi non saranno stati sufficienti ad evitare il fallimento.

Questa gerarchia segue una logica. Che chi investe in strumenti finanziari più rischiosi sostenga prima degli altri le eventuali perdite o la conversione in azioni. Solo dopo aver esaurito tutte le risorse della categoria più rischiosa si passa alla categoria successiva. In primo luogo, si sacrificano gli interessi dei “proprietari” della banca, ossia degli azionisti esistenti, riducendo o azzerando il valore delle loro azioni. In secondo luogo, si interviene su alcune categorie di creditori, le cui attività possono essere trasformate in azioni - al fine di ricapitalizzare la banca - e/o ridotte nel valore, nel caso in cui l’azzeramento del valore delle azioni non risulti sufficiente a coprire le perdite.

E’ allora evidente che gli investitori devono cominciare a fare estrema attenzione ai rischi di alcuni investimenti fin dalla sottoscrizione, oppure controllare con particolare cura la tipologia di strumenti finanziari in loro possesso (le misure si applicheranno anche agli strumenti già emessi). Come prima opzione, ad esempio, è preferibile un deposito coperto dal Fondo di garanzia in luogo delle obbligazioni, soggette invece a bail-in. E’ importante sottolineare infine che le azioni o le obbligazioni emesse da una banca in difficoltà subiscono aggressione anche se depositate presso una banca “sana”.

19:40

I gestori più esposti sulla Grecia

Se la Grecia dovesse fallire, alcuni clienti di Pimco potrebbero non prenderla tanto bene. Il gestore di fondi, uno dei più grandi del mondo con oltre 1500 miliardi di asset in gestione dei quali circa un terzo in Europa, risulta anche il più esposto sul debito pubblico greco tra i grandi investitori istituzionali. Dei circa 82 miliardi di titoli di Stato greci ancora in circolazione, quasi uno - dato aggiornato a giugno - è infatti in mano proprio ai fondi del gruppo Pimco. E si è incrementato nell’ultima fase di oltre 300 milioni di euro.

Al secondo posto un altro grande gestore americano, Putnam, con circa mezzo miliardo di euro nei suoi fondi.

Scarsa invece, tra gli istituzionali, la presenza dei titoli ellenici nei fondi italiani. Eurizon aveva, a fine dicembre scorso, 25 milioni di euro di titoli di Stato di Atene.

Mentre Generali Fund management aveva ad aprile scorso 9,19 milioni di euro investiti nei Sirtaki-bond.

Non cambia di molto la questione se analizziamo i portafogli azionari. Come sappiamo, la Borsa greca è chiusa da lunedì 26 luglio e tale resterà almeno fino al 13 luglio compreso. Ma quali sono le implicazioni della chiusura della borsa greca sui fondi azionari europei che sono sovrappesati ai titoli azionari del Paese?

Utilizzando i dati di Morningstar Direct, il sito FundsPeople ha messo a punto una classifica dei 20 fondi azionari europei più esposti sulla Grecia. Ovviamente si tratta di dati che il sito web ha elaborato sull'ultima data attualizzata comunicata da Morningstar, per cui è possibile che in alcuni casi tale esposizione sia stata modificata dopo l'ultima data indicata. Rispetto a tali dati, comunque, la Società di Gestione più esposta in percentuale al patrimonio è BG Sicav (la Società di Gestione del Gruppo Generali) che presenta due comparti esposti sulla Grecia (il primo dei quali investe più dell’8% del patrimonio in titoli ellenici). Seguono E.I. Sturdza Strategic, PineBridge, AcomeA e Metzler con percentuali comprese tra il 6 ed il 7%. I colossi NN (ex ING Investments Management), BlackRock, AXA, BNP Paribas, Schroders e Invesco avevano al 29 giugno percentuali di esposizione di poco superiori al 4%. Sulla scorta dell’elaborato di FundsPeople ho predisposto la seguente tabella che analizza anche le perfomances dei comparti considerati nel periodo compreso tra una settimana e gli ultimi 3 mesi:

Comparto

Società di Gestione

Div.

Esp. % alla Grecia (Long)

Ultimo NAV

Data

% 1 giorno

%  7 giorni

% 1 mese

% 3 mesi

BG SICAV Generali Eurp Eq Recovery DXL

BG

EUR

8,07%

100,408

08/07/2015

-1,68

-3,24

-7,82

-10,28

E.I. Sturdza Strgc Emerg Europe Ins$

E.I. Sturdza Strategic

USD

7,91%

794,915

17/06/2015

0,43

1,04

1,44

8,47

PineBridge Emerging Europe Equity Y

PineBridge

USD

7,54%

295,2

08/07/2015

-0,56

-3,71

-2,69

-12,81

AcomeA Paesi Emergenti A1

AcomeA

EUR

6,74%

6,709

07/07/2015

-1,38

-5,12

-9,9

-5,67

Metzler Eastern Europe A

Metzler

EUR

6,14%

84,84

07/07/2015

-0,9

-3,27

-4,97

-8,6

NN (L) Emerging Europe Equity I Cap EUR

NN

EUR

5,81%

54,28

08/07/2015

-1,88

-3,86

-1,33

-11,06

BGF Emerging Europe X4RF GBP

BlackRock

GBP

4,77%

57,79

08/07/2015

-0,43

-5,63

-3,4

-10,55

Argo Pan European Alpha A EUR Acc

Argonaut Capital

EUR

4,72%

1,64

08/07/2015

-1,32

-4,65

-1,97

-3,19

AXA WF Frm Europe Emerging E-C EUR

AXA

EUR

4,55%

102,08

08/07/2015

-1,81

-3,33

-0,53

-9,98

Parvest Equity Europe Emerging I

BNP Paribas

EUR

4,49%

106,6

08/07/2015

-1,46

-3,24

-1,08

-12,35

Schroder ISF Emerg Europe I Inc

Schroders

EUR

4,37%

23,87

08/07/2015

-2,69

-4,75

-1,73

-9,14

Invesco Pan European Sm Cap Eq E

Invesco

EUR

4,37%

19,79

08/07/2015

-1,74

-3,6

-2,42

-0,8

Natixis Emerging Europe Fd I/A USD

Natixis

USD

4,35%

58,32

07/07/2015

-2,1

-2,35

-1,74

-8,66

BG Selection Eastern Europe Equities AX

BG

EUR

3,93%

46,916

08/07/2015

-0,77

-1,67

-2,26

-7,54

Deka-ConvergenceAktien F (T)

Deka

EUR

3,76%

71,64

08/07/2015

-2,3

-5,29

-2

-9,72

Multi Stars SICAV - Alexander A EUR Cap

Pharus

EUR

3,67%

1.130,55

07/07/2015

-1,79

-1,79

-6

-5,29

Wellington Global Contra Eq USD S Acc

Wellington Management

USD

3,52%

13,54

08/07/2015

-1,31

-3,51

-2,9

-5,74

Raiffeisen-Europa-SmallCap I VT

Raiffeisen

EUR

3,37%

248,28

08/07/2015

-1,8

-2,35

-3,72

-5,32

Charlemagne Magna Eastern European C

Charlemagne Capital

EUR

3,17%

33,333

07/07/2015

-1,44

-2,58

-2,89

-8,84

Eurizon EasyFund Eq Emg Mkts EMEA LTE Z

Eurizon Capital

EUR

3,00%

168,26

07/07/2015

-1,54

-3,92

-0,84

-9,93

Fonte: Morningstar, dati aggiornati all’8/07/2015

17:32

Quali rischi per l’Italia se la Grecia dovesse fallire?

Premetto che l’Italia ha un’esposizione diretta nei confronti della Grecia di 35,9 miliardi (di cui 25,7 attraverso garanzie Efsf e 10,2 di prestiti bilaterali, con effetti lontani nel tempo).

Detto questo, anche l’esposizione diretta delle banche italiane non è preoccupante: è pari a 1,3 miliardi, di cui solo 400 milioni verso titoli di Stato greci, secondo i dati BRI di Basilea. Gli istituti esteri sono esposti per cifre sensibilmente più elevate: 1,6 miliardi i francesi, mentre quelli tedeschi arrivano a 13,2 miliardi (di cui 219 milioni in bond sovrani). Oggi oltre il 75% del debito di Atene è comunque detenuto da BCE, UE e FMI.

Gli istituti di credito, però, temono possibili effetti indiretti, come per esempio il rialzo dello spread BTP-Bund. Vediamo perché: le banche italiane detengono BTp per oltre 292 miliardi (dati Supplemento al Bollettino Statistico della Banca d'Italia), pari al 9% in media dei loro attivi totali (3,3 miliardi di euro).

Prendiamo allora ad esempio la figura in basso che rappresenta lo spread BTP – Bund tedesco rilevato oggi 09/07/2015 alle ore 15.32clip_image002

Il valore di 141 punti esprime la differenza tra il rendimento del BTP italiano a 10 anni (2,15%) rispetto al suo equivalente tedesco (0,73%), che è appunto dell’1,41% circa. Se questo valore dovesse aumentare a 400 (come stimano gli analisti), questo significa allora che la differenza di rendimento tra i due titoli sarà diventata del 4%. Ad esempio, il 9 novembre del 2011, alla fine della drammatica estate del 2011, quando l’Italia corse seri rischi di bancarotta, lo spread Btp-Bund toccò il suo record storico a quota 575 punti (BTP al 7,48%, Bund 1,43%).

Se il tasso di interesse sale, ovviamente scende di conseguenza il prezzo dei titoli (perché il rendimento deve allinearsi ai nuovi tassi).

Raffaele Zenti di AdviceOnly, ha elaborato una tabella (basata sul concetto di duration modificata) che serve a determinare l’impatto che un possibile aumento dei rendimenti può avere sul prezzo del BTP decennale:

Aumento rendimenti

BTP 10 anni

0,10%

-0,90%

0,25%

-2,30%

0,50%

-4,50%

0,75%

-6,80%

1,00%

-9,10%

1,50%

-13,60%

2,00%

-18,10%

Dall’esame della tabella è semplice constatare come ad ogni aumento di 50 punti base di rendimento corrisponda una riduzione di circa 450 pt del prezzo. Ne consegue che se il rendimento dei nostri BTP a 10 anni (conseguenza dell’aumento dello Spread a 400 pt) dovesse, per esempio, risalire al 6,15% (dagli attuali 2,15%), questo potrebbe comportare una riduzione del prezzo del titolo del 36% circa.

Inoltre, secondo una recente stima di Mediobanca Securities, ogni riduzione dell’1% del prezzo dei BTP a quattro anni (che è la duration media dell’esposizione delle banche italiane) erode il capitale Cet 1 (Common equity tier 1) di 25 punti base, con massimi di 35 punti per MPS e Creval (Credito Valtellinese).

Tutto nasce dal meccanismo di contabilizzazione delle plusvalenze sui BTP. In sintesi, le banche italiane registrano virtualmente nel capitale Cet 1 le plusvalenze “latenti” sui titoli destinati alla vendita: si tratta del cosiddetto portafoglio Available for sale, o Afs. Poichè i titoli in questo portafoglio vengono valutati al valore di mercato (mark-to-market), più i BTP perdono di valore, più si riduce il valore della riserva Afs. Ma nel contempo si riduce anche il capitale, di cui la riserva Afs è una componente non trascurabile

Ciò significa, quindi, che il temuto aumento dello spread avrebbe un impatto negativo di oltre 100 miliardi di euro sull’intero sistema bancario italiano. Non certo una bella prospettiva, in una fase come quella attuale, in cui le banche italiane sono messe già duramente alla prova sul fronte del rafforzamento dei requisiti di capitale voluto dall’EBA.

13:11

Altro che Grexit. E’ la Germania il paese più a rischio d’Europa

(Teleborsa) Deutsche Bank, la più grossa banca tedesca, sarebbe esposta ai derivati per la faraonica cifra di 54,7 trilioni di euro o, per rendere più tangibile la cifra, 54.700 miliardi di euro. Circa 20 volte il PIL tedesco e almeno 5 volte il PIL dell’intera euro zona, che vale quasi 10.000 miliardi di euro.
Secondo Zerohedge, un autorevole giornale economico online americano, "la banca con la maggiore esposizione in derivati del mondo è il colosso tedesco Deutsche Bank, che con i suoi 54,7 trilioni di euro di esposizione ai derivati ha letteralmente surclassato JPMorgan, la più grossa banca d’America, ferma a 50,9 trilioni di euro”.
Ma per celare questa bomba finanziaria e, per dare una bella notizia ai clienti e ai soci azionisti della banca tedesca, si ricorre a magie contabili che schiacciano l’esposizione fino a poco più di 500 miliardi di euro in asset e circa 480 miliardi in passività.
Anche se ridimensionate, la voce derivati resta tuttavia la più grossa in un bilancio complessivo eroso dalla crisi, di 1600 miliardi di euro. Un differenziale quindi di circa 20 miliardi che ha un bell’effetto sui conti, ma solo in teoria.
A nulla sono servite le molteplici operazioni sul capitale fatte dalla banca tedesca, tra diluizioni ed aumenti, dal 2013 ad oggi. A fronte di 54,7 trilioni di derivati ci sarebbero solo 522 miliardi, vale a dire un rapporto inferiore a 1/100, di giacenze nei conti correnti dei depositanti.
“La conclusione è che questa esposizione epica in derivati è la principale ragione per cui la Germania, scalciando e urlando teatralmente negli ultimi cinque anni, ha fatto tutto quanto in suo potere per assicurarsi che non ci fosse un collasso a effetto domino nelle banche europee, che avrebbe certamente fatto precipitare la catena di collaterali in pancia a Db e la loro conversione, da lordo a netto in relazione al mark to market e che causa a Anshu Jain, come ad ogni altro amministratore di banca, risvegli bruschi”, conclude Zerohedge.

A tale proposito avevo scritto già lo scorso 31/01/2013 nel post Derivati: una bomba su cui è seduta solo Montepaschi?

10:19

Casa, valore crollato di mille miliardi in cinque anni

(Teleborsa) E' colato a picco il valore delle case in questi anni di crisi. Secondo un'analisti dell’Ufficio studi della CGIA, che rappresenta PMi ed artigiani, il valore economico degli immobili in questi ultimi 5 anni è crollato di circa 1.200 miliardi di euro (- 14,2%).
A peggiorare la situazione, la crescita esponenziale delle tasse (+31,2%): in termini assoluti, il carico fiscale sul mattone è aumentato di ben 12,3 miliardi di euro (nel 2010 era pari a 39,48 miliardi di euro toccando nel 2014 i 51,8 miliardi).
In termini assoluti, ovviamente, è sceso soprattutto il valore economico delle abitazioni. Sempre in questi ultimi 5 anni, la perdita è stata di 1.000 miliardi di euro (-16,6%), mentre gli altri immobili (capannoni, uffici, negozi, laboratori artigianali, etc.) hanno subito una contrazione pari a 136,6 miliardi di euro (-14,2%).
La selva di tasse e imposte che grava sugli immobili è spaventosa: in questa analisi la CGIA ha tenuto conto dell’andamento di tutte le imposte legate alla redditività (Irpef, Ires, Registro e bollo sui contratti di locazione e cedolare secca), ai trasferimenti (IVA, Registro e bollo sui passaggi di proprietà, imposte ipotecarie/catastali, imposte di successione /donazione) e al possesso (ICI/IMU, TASI, imposta di scopo, TARI).
Con la crisi e il crollo della domanda abitativa, dovuto in parte alla stretta creditizia praticata in questi ultimi anni dagli istituti di credito, anche le compravendite hanno subito una forte contrazione. Sempre tra il 2010 e il 2014, le operazioni di acquisto e vendita riferite alle abitazioni sono diminuite di circa 208.000 unità (- 27,3%). Per gli immobili strumentali, invece, la contrattura ha sfiorato le 12.500 unità (-25,1 per cento).
Questa situazione, ovviamente, ha avuto delle ripercussioni molto negative anche per le attività economiche che ruotano attorno al comparto casa. Molti artigiani dell’edilizia (muratori, carpentieri, posatori, piastrellisti, dipintori, lattonieri, etc.) del legno (falegnami, serramentisti, mobilieri, etc.) del settore dell’installazione degli impianti (idraulici, elettricisti, manutentori, caldaisti, etc.) sono stati costretti a gettare la spugna o nella migliore delle ipotesi a ridurre drasticamente il personale alle proprie dipendenze.

20:10

Arbitro Unico Finanziario: tante contestazioni alle Poste

abf

Poste Italiane si è posizionata al primo posto nella classifica degli intermediari per numero di ricorsi ricevuti, con un totale di 2.445 unità (il 21,8% del totale).

Tra le reti, Fineco ne ha ricevuti 64.

 

Intermediario
Ricorsi
POSTE ITALIANE SPA
2.445
BARCLAYS BANK PLC
871
UNICREDIT, SOCIETÀ PER AZIONI
801
PRESTITALIA SPA
721
BANCA NAZIONALE DEL LAVORO SPA
353
INTESA SANPAOLO SPA
327
FIDITALIA SPA
260
BANCA MONTE DEI PASCHI DI SIENA SPA
259
BANCA POPOLARE DELL'EMILIA ROMAGNA SOC. COOP.
200
APULIA PRONTOPRESTITO SPA
199

Tra le prime dieci ben tre sono società specializzata nel settore dei finanziamenti.  Questi sono alcuni dei dati sull’attività condotta nel 2014 dall’Arbitro bancario finanziario, il sistema di risoluzione delle controversie tra i clienti da una parte e le banche e gli altri intermediari dall’altra in materia di operazioni e servizi bancari e finanziari, istituito nel 2009 in seno alla Banca d’Italia.

Nel 2014, quinto anno di attività per l’Abf, i ricorsi hanno superato le 11mila unità raggiungendo quota 11.237, il 43% in più rispetto all’anno precedente. Arrivati a decisione oltre 8.500 ricorsi, circa 2.200 in più in confronto al 2013.
Nel 67% dei casi l’esito – ha fatto sapere la Banca d’Italia, che martedì 30 giugno ha pubblicato la relazione annuale sull’attività dell’Abf nel 2014 – è stato favorevole ai clienti, con accoglimento totale o parziale delle richieste o con cessazione della materia del contendere per soddisfazione del ricorrente nel corso della procedura. Le contestazioni hanno riguardato principalmente tematiche legate alla cessione del quinto (37%).

image

Tra le reti di promotori finanziari, spiccano Fineco con 64 ricorsi ricevuti seguita da Banca Mediolanum con 18 e Banca Generali con 14.  Tra i “virtuosi”, invece Banca Widiba e Finanza e Futuro con una sola contestazione ricevuta.

19:03

Effetto Grecia e QE: prezzi dei BTP giù quasi del 25%!

Le contrattazioni dei titoli di stato greci sono state sospese a partire dal 26/06/2015 a tempo indeterminato sul  MOT e anche su altre piazze finanziarie europee in attesa di nuove disposizioni. Le contrattazioni continuano solo sul mercato non regolamentato OTC dove i bond greci comunque scambiano sotto il 60% del loro valore nominale.

 

Isin Descrizione
Scadenza
Mercato
Prezzo
Ufficiale
Denaro
Lettera
GR0110029312 GRECIA 17/07/2017 3,375%
17/07/2017
MOT
73,71
0,0
57,0
GR0114028534 GRECIA 17/04/2019 4,75%
17/04/2019
MOT
71,47
69,5
47,0
GR0110029312 GRECIA 17/07/2017 3,375%
17/07/2017
EUROTLX
73,71
0,0
68,6
GR0114028534 GRECIA 17/04/2019 4,75%
17/04/2019
EUROTLX
71,47
0,0
65,0
GR0128013704 GRECIA 24/02/2026 STEP UP
24/02/2026
MOT
55,6
40,0
38,7
GR0128011682 GRECIA 24/02/2024 STEP UP
24/02/2024
MOT
58,44
45,0
44,0
GR0133006198 GRECIA 24/02/2028 STEP UP
24/02/2028
MOT
54,7
38,3
38,0
GR0128014710 GRECIA 24/02/2027 STEP UP
24/02/2027
MOT
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50,1
40,0
GR0133007204 GRECIA 24/02/2029 STEP UP
24/02/2029
MOT
54,19
43,0
39,0
GR0128011682 GRECIA 24/02/2024 STEP UP
24/02/2024
EUROTLX
58,44
0,0
49,7
GR0133008210 GRECIA 24/02/2030 STEP UP
24/02/2030
MOT
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38,0
GR0128010676 GRECIA 24/02/2023 STEP UP
24/02/2023
EUROTLX
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53,0
GR0133010232 GRECIA 24/02/2032 STEP UP
24/02/2032
MOT
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37,0
GR0128012698 GRECIA 24/02/2025 STEP UP
24/02/2025
EUROTLX
58
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49,4
GR0133009226 GRECIA 24/02/2031 STEP UP
24/02/2031
MOT
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0,0
39,0
GR0128014710 GRECIA 24/02/2027 STEP UP
24/02/2027
EUROTLX
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GR0133007204 GRECIA 24/02/2029 STEP UP
24/02/2029
EUROTLX
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GR0138008744 GRECIA 24/02/2036 STEP UP
24/02/2036
MOT
0
38,1
37,0
GR0138005716 GRECIA 24/02/2033 STEP UP
24/02/2033
MOT
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GR0138009759 GRECIA 24/02/2037 STEP UP
24/02/2037
MOT
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37,8
GR0138006722 GRECIA 24/02/2034 STEP UP
24/02/2034
MOT
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0,0
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GR0138012787 GRECIA 24/02/2040 STEP UP
24/02/2040
MOT
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GR0128013704 GRECIA 24/02/2026 STEP UP
24/02/2026
EUROTLX
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0,0
55,6
GR0138010765 GRECIA 24/02/2038 STEP UP
24/02/2038
EUROTLX
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MOT
0
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GR0133006198 GRECIA 24/02/2028 STEP UP
24/02/2028
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GR0138011771 GRECIA 24/02/2039 STEP UP
24/02/2039
EUROTLX
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24/02/2031
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24/02/2030
EUROTLX
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GR0138008744 GRECIA 24/02/2036 STEP UP
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GR0138009759 GRECIA 24/02/2037 STEP UP
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GR0138013793 GRECIA 24/02/2041 STEP UP
24/02/2041
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24/04/2042
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GR0138006722 GRECIA 24/02/2034 STEP UP
24/02/2034
EUROTLX
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GR0138007738 GRECIA 24/02/2035 STEP UP
24/02/2035
EUROTLX
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GR0138012787 GRECIA 24/02/2040 STEP UP
24/02/2040
EUROTLX
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51,0
GR0138013793 GRECIA 24/02/2041 STEP UP
24/02/2041
EUROTLX
52,61
0,0
51,0

Se Atene piange, Roma non ride. Infatti gli investitori non si fidano della Grecia, ma poco anche dell’Italia. Il tasso sul Btp decennale si è riportato sopra quota 2%, livello che non si vedeva da inizio maggio, mentre il rendimento del trentennale si è spinto sopra il 3%. Chiaramente se aumentano i rendimenti, i prezzi dei bond scendono, e quindi valgono meno.  Allora chi ha comprato Titoli di Stato italiani a tasso fisso nei mesi passati, quando i rendimenti erano al minimo ed i prezzi al massimo pensando che tanto "la BCE col QE compra titoli tenendo bassi i rendimenti e alti i prezzi", oggi si ritrova con perdite in conto capitale che possono arrivare anche al 24%.

 

Isin Descrizione Ultimo Prezzo 1 week 1 month 3 months
IT0004545890 BTPI-15ST41 2,55% 113,32 -4,31 -7,42 -23,57
IT0003745541 BTPI-15ST35 2,35% 113,24 -3,03 -6,52 -20,95
IT0005083057 BTP TF 3,25% ST46 EUR 100,16 -2,21 -7,56 -20,88
IT0004923998 BTP TF 4,75% ST44 EUR 126,11 -2,25 -8,32 -20,83
IT0004532559 BTP-1ST40 5% 128,79 -2,05 -7,1 -18,86
IT0004286966 BTP-1AG39 5% 129,22 -2,03 -6,73 -17,72
IT0003934657 BTP-1FB37 4% 112,73 -1,93 -6,53 -17,04
IT0003535157 BTP-1AG34 5% 128,3 -1,72 -5,98 -14,93
IT0003256820 BTP-1FB33 5,75% 138,38 -1,51 -5,79 -13,77
IT0001444378 BTP-1MG31 6% 139,5 -1,71 -5,55 -13,21
IT0005094088 BTP TF 1,65% MZ32 EUR 86,9 -2,27 -5,05 -12,93
IT0005024234 BTP TF 3,50% MZ30 EUR 109,28 -1,74 -4,81 -12,63
IT0001278511 BTP-1NV29 5,25% 128,84 -1,4 -5,16 -12,5
IT0004735152 BTPI-15ST26 3,1% 118,4 -1,94 -3,99 -11,68
IT0004889033 BTP TF 4,75% ST28 EUR 122,6 -1,3 -4,67 -11,48
IT0001174611 BTP-1NV27 6,5% 139,75 -1,42 -4,84 -11,48
IT0001086567 BTP-1NV26 7,25% 145,9 -1,33 -4,35 -10,2
IT0004644735 BTP-1MZ26 4,5% 119,15 -1,27 -3,95 -9,72
IT0005004426 BTPI TF 2,35% ST24 EUR 110,82 -1,14 -3,24 -9,31
IT0004513641 BTP-1MZ25 5% 122,84 -1,2 -3,72 -8,93
IT0004243512 BTPI-15ST23 2,6% 112,84 -1,48 -2,83 -8,59
IT0005090318 BTP TF 1,50% GN25 EUR 93,28 -1,27 -3,72 -8,58
IT0005045270 BTP TF 2,50% DC24 EUR 102,2 -1,15 -3,17 -8,27
IT0005001547 BTP TF 3,75% ST24 EUR 112,3 -1,07 -3,36 -8,19
IT0004953417 BTP TF 4,50% MZ24 EUR 118,24 -0,94 -3,21 -7,66
IT0000366655 BTP-1NV23 9% 151,9 -0,73 -3,25 -7,55
IT0004356843 BTP-1AG23 4,75% 120,16 -0,6 -2,75 -6,85
IT0004898034 BTP TF 4,50% MG23 EUR 118,38 -0,79 -2,49 -6,32
IT0004604671 BTPI-15ST21 2,1% 108,38 -1,55 -1,92 -6,29