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22:02

Il fondo attenua i rischi (volatilità) dell’investimento

La volatilità

La volatilità può essere definita come la variabilità nel tempo del valore di uno strumento finanziario considerato. Rappresenta un utile indicatore del rischio dei diversi investimenti. Viene generalmente calcolata come la deviazione standard (o scarto quadratico medio) che, in statistica, è la radice quadrata della varianza. Quest’ultima fornisce una misura di quanto siano diversi nel tempo i valori assunti da una variabile rispetto alla media. Un aumento della volatilità si traduce in un incremento del rischio.

Per chiarire meglio il concetto, vediamo il comportamento di due titoli che in un determinato periodo – investendo 1.000 - hanno conseguito il medesimo risultato (1.099,87):

volatilità

Come è ben visibile nel grafico, il valore del titolo "A” nel corso dell'investimento ha avuto vistose oscillazioni (da –8.439,04 a 18.238,90), a differenza del titolo "B" il cui valore ha subito invece variazioni molto più basse (da –1.237,46 a 3.537,62). Questo, in pratica, sta a significare che il titolo "A" è più volatile del titolo "B".

Cosa cambia acquistare il titolo "A" o il titolo "B" se alla fine si ottiene lo stesso rendimento? Certamente l'esempio rappresentato volutamente ha portato ad un identico risultato finale, ma anche in questa situazione se un investitore del titolo "A" avesse necessità di vendere prima del tempo, potrebbe trovarsi in un momento in cui il valore del titolo è molto basso o viceversa.

 

L’importanza della diversificazione

Concentrare il patrimonio su un unico mercato o strumento finanziario è rischioso nella misura in cui rimaniamo eccessivamente legati alle sorti di quest’ultimo, nel bene ma anche nel male. Al contrario, comporre un portafoglio diversificato consente di ridurre i rischi, dare più stabilità ai risultati e incrementare le opportunità di rendimento.

Rifacendoci all’esempio precedente, se avessimo deciso di investire la cifra iniziale ripartendola invece equamente tra i due titoli, pur ottenendo lo stesso risultato finale, avremmo potuto ridurre notevolmente la volatilità, e conseguentemente la possibilità di incorrere in una perdita elevata (-3.391,63 contro –8.439,04).

diversificazione1

 

Un esempio concreto

Nelle ultime settimane abbiamo assistito a forti turbolenze sui mercati mondiali a causa della deriva economica greca, prima, e soprattutto per l'acutizzarsi della crisi dell'economia cinese, poi.

In appena un mese, l’indice DAX tedesco ha perso quasi il 10%, così come tutti gli altri indici europei, tra cui il nostro FtseMib. Le piazze asiatiche sono quelle che hanno avuto la peggio con Shangai –24,25%, Hong Kong –13,09% e così via.

Si chiama overshooting ed è il fenomeno tipico che avviene, nel bene e nel male, ogni volta che il mercato mostra reazioni eccessive a notizie positive o negative. In queste fasi è facile che alcuni titoli perdano anche oltre il 10% in più di quello che realmente meritano.

A Hong Kong, ad esempio, China Mobile Ltd, il più importante gestore di telefonia del Sud-Est asiatico,  Bank of China, China Construction Bank Corporation, due delle più grandi banche cinesi (e del mondo intero), hanno subito, anche nell’intraday,  fortissime oscillazioni di prezzo.

volatilità2

(elaborazione grafica personale su dati Google Finance)

Posto che è praticamente impossibile individuare il punto di minimo (per quello probabilmente sarebbe necessaria la sfera di cristallo), chi avesse voluto speculare (in un’ottica di mordi e fuggi) sulle oscillazioni del prezzo di uno dei tre titoli dell’esempio, avrebbe potuto incorrere in perdite potenziali molto elevate (anche del 9% in un solo giorno). Viceversa, un ipotetico portafoglio equamente distribuito sui tre titoli avrebbe permesso di ridurre notevolmente la volatilità, che sarebbe scesa a poco più del 54%, attenuando quella dei due titoli bancari, soprattutto, le cui oscillazioni di prezzo hanno invece superato ampiamente il 70%. 

 

Come diversificare efficacemente?

Per il singolo investitore, diversificare al meglio il proprio portafoglio può risultare un’operazione eccessivamente complessa e costosa. È potenzialmente complessa per la molteplicità di informazioni necessarie. Quali sono i titoli e gli emittenti più solidi, quali invece quelli da scartare e quando comprare o vendere sono solo alcune delle domande a cui è difficile dare una risposta proprio  a causa della difficoltà di acquisire dati difficilmente alla portata dei privati, tanto più se si tratta di mercati esteri. Inoltre, modificare la composizione del portafoglio in risposta ai mutamenti del mercato o in ragione delle proprie previsioni si rivela anche costoso per l’elevato numero di transazioni che si dovrebbe effettuare.

 

Il fondo come diversificatore

La diversificazione è il principio alla base dei fondi d’investimento, che riescono a ripartire il capitale tra più titoli, settori o addirittura aree geografiche. In questo modo sono in grado di ridurre la probabilità che l’andamento di un singolo titolo comprometta i risultati dell’intero portafoglio. Non solo. Hanno dalla loro anche la presenza fisica di gestori e analisti nelle regioni su cui intendono puntare. Il diretto presidio del territorio assicura una più tempestiva conoscenza dell’evoluzione dei mercati di riferimento e quindi sia delle opportunità che dei rischi gravanti su quelle aree. Infine,  anche con piccoli risparmi, anziché concentrarli su pochi titoli (se non addirittura uno solo), danno la possibilità di mitigare il rischio distribuendolo su molti investimenti e di cogliere le opportunità presenti su diversi mercati come se si disponesse di un grande capitale.

Volendo riferirci all’esempio dell’investimento precedente, sono più di 120 i fondi distribuiti in Italia che investono nelle borse cinesi. Con portafogli variabili dai 2 milioni di dollari di Goldman Sachs China Opportunity Base Acc  agli oltre 5 miliardi di dollari di Fidelity Funds - China Focus Fund A-Acc-EUR. Quasi tutti, come è facile verificare, hanno in portafoglio (tra diverse decine di altri) i tre titoli dell’esempio. Ma l’adeguata diversificazione consente a tutti i comparti di vantare volatilità estremamente più basse di quelle fin qui calcolate. Si va dal 13,96% di  Invesco China Focus Equity Fund al più alto 22,97% di Edmond de Rothschild Fund - China Class R-USD .

(fonte dei dati: Morningstar Italia)

 

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17:47

Panico sui mercati. L'indice VIX conferma che cresce la "paura".

Le turbolenze sui mercati mondiali non sono scaturite dal nulla, ma senza dubbio si stanno alimentando della "paura" degli investitori. Una paura che non è solo percepibile, ma anche misurabile, grazie all'indice VIX calcolato e diffuso dal Chicago Board Options Exchange dal 1993. 

Si tratta di un indice che misura la volatilità implicita nel prezzo delle opzioni, ovvero di un indicatore che misura il prezzo che gli operatori sono stati disposti a pagare per assicurarsi la facoltà ma non l’obbligo di scommettere al rialzo e al ribasso sull’indice S&P500. Dunque quest’indicatore non ha nulla a che vedere con la volatilità classica, ovvero con il calcolo della variazione media dei prezzi o dei rendimenti.  Ma viene utilizzato abbondantemente per cercare di confermare la bontà della lettura della situazione presente e addirittura cercare di prevedere nella maniera più accurata possibile gli sviluppi successivi. Perchè un brusco aumento della volatilità storica, ovvero già osservata, sul mercato, spesso fa aumentare anche quella attesa, che viene incorporata nel prezzo delle azioni.

Vediamo che legame esiste tra l’andamento di questi due indici studiando il loro grafico che riporta il periodo 2000-2015 (dati al 24 agosto 2015).

VIX-S&P500

Il grafico mostra chiaramente che quando la volatilità implicita aumenta, l’indice S&P500 tende ad assumere un andamento ribassista. E’ successo nel 2002 e più ancora nel 2009.

In genere i ribassi sono più violenti (quindi più volatili) dei rialzi. In particolare i valori superiori ad 80 assunti dal VIX, nel 2008, hanno effettivamente anticipato il successivo violentissimo crollo dell’indice S&P500. Osservando i dati storici, possiamo allora affermare che:

  • Valori del VIX pari o inferiori a 20 indicano una situazione prevalentemente rialzista.
  • Valori del VIX superiori a 20 ma inferiori a 40 descrivono uno scenario teso ma non necessariamente ribassista.
  • Valori del VIX superiori a 40 indicano uno scenario pericolosamente volatile, con notevoli implicazioni ribassiste.

Il VIX in sole quattro giornate – dal 19 al 24 agosto - si è impennato del 167% (ben oltre il precedente record settimanale dell'86% registrato nel maggio del 2010) portandosi a 40,74 punti di oggi dai 19 di giovedì 20 agosto e superando la soglia dei 40 punti, oltre la quale potrebbe scattare una inversione ribassista del mercato.

22:00

Mercati: dalla svalutazione dello yuan al rialzo dei tassi della Fed

Il bollettino delle svalutazioni di questo ultimo anno ha visto il dollaro, il rublo russo, il real brasiliano, la rupia indiana, lo yen, il won coreano, la corona norvegese, l’euro e alla fine anche lo yuan inseguirsi nella corsa al deprezzamento. Finora Pechino non aveva mai preso parte alla guerra delle valute, permettendo alla sua moneta di diventare la più forte (ma anche la meno competitiva) fra le 32 principali del pianeta. Poi, improvvisamente, con tre svalutazioni in 72 ore, tra l’11 ed il 13 agosto, la banca centrale cinese ha tagliato il valore dello yuan contro il dollaro del 4,65%.

Le autorità monetarie cinesi hanno cercato di tranquillizzare i mercati sottolineando che si tratta di una svalutazione 'una tantum' nell'ambito di una nuova gestione dei cambi finalizzata a rendere lo yuan più sensibile alle forze di mercato. Tuttavia la svalutazione, per certi versi inattesa, ha causato ingenti sell-off su tutti i mercati, scatenando “il panico” dappertutto.

La decisione della banca cinese, infatti, ha scatenato un declino che - su un arco di tre giorni - non si registrava dai tempi della crisi finanziaria del 1998, con effetti negativi a largo raggio sui tutti i mercati finanziari, dalle valute, alle Borse, alle materie prime.

Per quanto riguarda le valute, oltre al Vietnam, che, sulla scia della Cina, ha deciso immediatamente di raddoppiare al 2% la fascia consentita di oscillazione giornaliera del cambio del dong, per poterlo indebolire e il Kazakistan che ha annunciato oggi (20/08/2015) la liberalizzazione del tenge (che ha perso immediatamente il 23%), la discesa dello yuan ha trascinato al ribasso le altre valute asiatiche emergenti, con alcune di esse (la rupia indonesiana e il ringgit della Malesia) ai minimi da diciassette anni.

Baht thailandese

2,16%

Dollaro Hong Kong

1,11%

Ringgit malese

4,54%

Rupia Indiana

3,28%

Rupia Indonesiana

3,19%

(Valute contro Euro dall’11/08 al 20/08/2015)

Ma non solo. Dal giorno della prima svalutazione dello yuan, anche fuori dal panorama delle economie emergenti, la corsa al ribasso delle valute non ha fatto che accelerare. Il dollaro australiano e neozelandese sono arrivati ai minimi da sei anni, perdendo rispettivamente contro l’euro l’1,29% (6,92% nell’ultimo anno) e lo 0,19% (7,04% nell’ultimo anno).

La lira turca ed il rublo, affondate anche dalle tensioni politiche e geopolitiche e dalla vulnerabilità delle rispettive economie, hanno perso ancora di più terreno nei confronti dell’euro. In soli sette giorni la divisa turca è crollata dell’8,29% (la metà della svalutazione dell’ultimo anno), mentre la divisa russa continua a dimostrare tutta la sua debolezza e la sua dipendenza dal prezzo del petrolio, perdendo nei confronti dell’euro (come pure delle altre valute) un ulteriore 6,38% (il rublo ha perso nell’ultimo anno il 56% del suo valore contro l’euro).

Sul fronte delle materie prime, il nickel guida ulteriori ribassi delle commodity (-5,95% dalla svalutazione dello yuan e -40,09% nell’ultimo anno), con il petrolio ai minimi da sei anni e tutte le altre a ruota (con pochissime eccezioni):

Commodity

1w

1m

YTD

3y

Petrolio Brent

-6,13%

-18,90%

-18,73%

-59,36%

Zucchero

-5,45%

-5,07%

-15,48%

-39,65%

Petrolio Greggio

-4,47%

-19,27%

-22,92%

-57,53%

Gasolio

-4,36%

-11,22%

-18,18%

-51,98%

Caffè

-2,01%

+6,63%

-19,39%

-16,40%

Rame

-1,53%

-6,35%

-17,98%

-32,98%

Gas naturale

-1,11%

-4,64%

-4,60%

-0,68%

Frumento

-0,12%

-4,03%

-14,77%

-43,94%

Argento

+0,56%

+4,73%

-0,73%

-47,37%

Mais

+1,34%

-9,34%

-7,17%

-55,59%

Cotone

+1,79%

+3,45%

+10,49%

-12,86%

Oro

+3,06%

+4,08%

-2,89%

-29,89%

Platino

+3,97%

+5,71%

-14,77%

-31,71%

Fonte: Bloomberg. Dati al 20/08/2015

Sotto pressione anche tutte le piazze azionarie. Gli investitori di Borsa sembrano temere il rallentamento della crescita economica cinese (con un calo dell'export dell'8,3% a luglio), ma soprattutto che le nuove mosse della Pboc possano nascondere la reazione ad un’instabilità sottostante più che il semplice sostegno all’economia.

In primo luogo le piazze azionarie cinesi (Shangai: -4,43%; Shenzen: -2,60%), Corea del Sud (Seoul: -4,49%), Singapore (-4,54%), trascinate al ribasso dal tonfo dei titoli bancari, ed Hong Kong che ha accusato la peggiore performance nel periodo (-6,97%).

A dire il vero, il malessere delle borse sembra avere origini più lontane della svalutazione agostana dello yuan. Il ritracciamento dei principali mercati, infatti, ha avuto inizio dal mese di maggio di quest’anno, acuito dalla crisi greca, prima, e dall’intervento della banca centrale cinese, poi. Tanti i meno negli ultimi 3 mesi, con due uniche eccezioni: il Nikkei (sostanzialmente invariato) e Bombay.

Indice

1m

3m

1y

YTD

FTSE Athex 20

-19,85%

-23,95%

-46,02%

-27,00%

Hang Seng Index

-9,56%

-17,82%

-9,42%

-3,59%

SSE Index - Shangai

-4,16%

-17,05%

+63,20%

+13,28%

BOVESPA Index - Brazil

-12,21%

-16,06%

-20,29%

-6,84%

DAX Francoforte

-11,11%

-11,95%

+12,00%

+6,84%

KOSPI - Seul

-8,30%

-9,73%

-7,56%

-0,05%

IBEX 35 - Madrid

-7,78%

-7,92%

+1,93%

+2,99%

CAC Parigi

-6,98%

-6,81%

+12,80%

+12,49%

Dow Jones Industrial

-5,45%

-6,62%

+1,07%

-4,05%

ASX All Ordinaries

-6,34%

-5,76%

-5,75%

-1,73%

FTSE MIB

-5,84%

-5,63%

+13,92%

+17,71%

IPC Index - Mexico

-4,13%

-4,06%

-3,31%

+0,76%

Swiss Market Index

-3,61%

-2,05%

+6,80%

+1,35%

Nikkei 225 - Tokyo

-2,99%

+0,04%

+29,67%

+14,80%

SENSEX - Bombay

-1,81%

+1,03%

+5,72%

+1,57%

Fonte: Teleborsa. Dati al 20/08/2015

Di riflesso, anche i fondi hanno risentito di questo periodo non propriamente felice per le performances. I dati Morningstar – infatti - presentano a 3 mesi tantissimi segni rossi, dimostrando che nessuna attività finanziaria (con le poche eccezioni di cui scriverò poi), è risultata estranea alle perdite dei mercati.

Categoria

3m

1y

YTD

Azionari Brasile

-23,76%

-34,50%

-21,95%

Materie Prime - Energia

-23,76%

-44,34%

-13,58%

Azionari Turchia

-21,78%

-10,64%

-19,72%

Azionari Settore Metalli Preziosi

-20,83%

-27,61%

-6,86%

Azionari Settore Risorse Naturali

-19,92%

-25,23%

-11,99%

Azionari Indonesia

-19,54%

-13,21%

-18,75%

Azionari Cina

-19,34%

+18,30%

+7,44%

Azionari Settore Energia

-18,72%

-30,72%

-9,85%

Azionari Russia

-18,71%

-18,95%

+18,05%

Azionari America Latina

-18,69%

-24,49%

-13,29%

Azionari Grande Cina

-17,41%

+11,24%

+5,76%

Materie prime - Metalli Industriali

-17,38%

-13,83%

-12,95%

Azionari BRIC

-16,71%

-2,17%

+2,30%

Azionari Europa Emergente

-16,12%

-12,85%

+4,49%

Azionari Hong Kong

-15,58%

+13,41%

+7,98%

Azionari Africa

-14,99%

-11,10%

-7,08%

Azionari Paesi Emergenti

-14,95%

-2,19%

-1,30%

Azionari Singapore

-14,82%

-1,92%

-4,49%

Azionari Thailandia

-14,54%

-2,64%

-7,01%

Azionari Norvegia

-14,43%

-7,89%

+2,94%

Azionari Corea

-13,77%

-2,05%

+5,55%

Azionari Canada

-12,16%

-6,33%

-5,97%

Materie Prime - Metalli Preziosi

-11,57%

-8,48%

-2,98%

Obbligazionari TRY

-11,37%

-7,76%

-14,47%

Azionari Settore Energie Alternative

-11,04%

+5,77%

+9,37%

Bilanciati Globali Mercati Emergenti

-11,01%

-0,70%

-0,20%

Azionari Settore Beni Industriali

-9,89%

+9,34%

+5,95%

Azionari Australia & Nuova Zelanda

-9,25%

-4,73%

+0,78%

Azionari Settore Acqua

-8,87%

+8,22%

+3,40%

Obbligazionari Paesi Emergenti Valuta Locale

-8,72%

-3,69%

-2,35%

Azionari Islamici Internazionali

-8,56%

+9,73%

+5,64%

Materie Prime - Soft Commodities

-8,28%

-10,82%

-6,86%

Obbligazionari NOK

-7,76%

-7,12%

-0,62%

Azionari Europa Emergente ex Russia

-7,23%

+1,52%

+3,05%

Bilanciati Asia

-7,07%

+14,84%

+6,65%

Azionari Settore Agricoltura

-7,01%

+12,32%

+5,75%

Monetari AUD

-6,48%

-3,78%

-1,17%

Azionari Settore Infrastrutture

-6,47%

+15,16%

+6,45%

Azionari Svezia Large Cap

-6,26%

+14,49%

+10,97%

Monetari CAD

-6,08%

+0,54%

-3,21%

Azionari Germania Large Cap

-6,06%

+18,79%

+12,78%

Obbligazionari Convertibili Asia/Giappone

-6,01%

+11,79%

+9,25%

Azionari Settore Ecologia

-5,68%

+14,81%

+11,40%

Azionari Settore Beni e Servizi di Consumo

-5,58%

+18,44%

+9,79%

Obbligazionari AUD

-5,34%

+0,24%

-0,61%

Azionari Settore Tecnologia

-5,21%

+23,79%

+10,23%

Materie Prime - Bestiame

-5,17%

+11,16%

-2,45%

Materie Prime - Agricoltura

-5,17%

-4,06%

-7,76%

Obbligazionari IDR

-5,14%

+7,21%

-0,41%

Azionari Internazionali - Mercati di Frontiera

-5,13%

+2,08%

+4,11%

Obbligazionari Asia - Valuta Locale

-4,92%

+10,84%

+3,68%

Bilanciati Aggressivi CHF

-4,88%

+13,55%

+10,69%

Azionari Austria

-4,81%

+10,54%

+15,22%

Bilanciati Flessibili USD

-4,58%

+16,35%

+8,65%

Bilanciati Prudenti CHF

-4,56%

+13,98%

+12,03%

Bilanciati Moderati CHF

-4,52%

+16,96%

+13,24%

Azionari Svizzera Small/Mid Cap

-4,41%

+25,14%

+19,49%

Azionari Internazionali Large Cap Value

-4,31%

+18,65%

+10,70%

Obbligazionari CAD

-4,25%

+6,54%

+0,25%

Azionari Paesi Nordici

-4,21%

+17,97%

+17,25%

Azionari Spagna

-4,20%

+13,91%

+15,77%

Bilanciati Flessibili SEK

-4,20%

+7,64%

+6,23%

Azionari Settore Servizi Finanziari

-4,19%

+24,76%

+12,48%

Monetari SGD

-4,16%

+7,31%

+3,57%

Bilanciati Aggressivi USD

-4,05%

+18,95%

+8,92%

Azionari Svizzera Large Cap

-3,92%

+22,77%

+17,03%

Azionari Area Euro Large Cap

-3,92%

+18,35%

+15,09%

Azionari Globali - Reddito

-3,70%

+18,34%

+10,43%

Azionari Europa Large Cap Blend

-3,66%

+19,34%

+15,53%

Azionari UK Large Value

-3,61%

+17,13%

+14,13%

Azionari UK Large Blend

-3,58%

+17,95%

+14,53%

Azionari Europa Large Cap Value

-3,57%

+17,03%

+14,98%

Azionari Internazionali Flex Cap

-3,57%

+19,24%

+11,89%

Azionari Area Euro Small Cap

-3,41%

+16,99%

+16,39%

Obbligazionari High Yield USD

-3,37%

+13,90%

+8,24%

Azionari USA Small Cap

-3,13%

+23,22%

+9,63%

Obbligazionari Paesi Emergenti EUR

-3,12%

-3,56%

-0,36%

Azionari Internazionali Large Cap Blend

-3,07%

+20,89%

+12,02%

Obbligazionari Breve Termine CHF

-3,07%

+13,62%

+12,25%

Monetari CHF

-3,03%

+12,22%

+11,46%

Obbligazionari Europa Emergente

-3,00%

+1,35%

+2,15%

Azionari Area Euro Mid Cap

-2,99%

+18,46%

+19,85%

Obbligazionari Paesi Emergenti

-2,97%

+13,12%

+7,87%

Obbligazionari RMB

-2,95%

+16,98%

+7,11%

Obbligazionari Convertibili Globale

-2,94%

+16,65%

+10,13%

Obbligazionari PLN

-2,92%

+2,06%

+3,16%

Obbligazionari Globali CHF

-2,89%

+10,29%

+7,84%

Azionari Europa - Reddito

-2,88%

+16,46%

+14,18%

Bilanciati Flessibili EUR - Globali

-2,79%

+7,03%

+4,77%

Azionari Internazionali Small Cap

-2,75%

+23,03%

+15,28%

Materie Prime - Grano

-2,73%

+3,13%

-7,12%

Bilanciati Moderati USD

-2,66%

+19,63%

+9,87%

Azionari Europa Large Cap Growth

-2,64%

+24,77%

+19,38%

Azionari Europa Flex-Cap

-2,64%

+20,86%

+17,61%

Azionari USA Flex-Cap

-2,63%

+24,84%

+10,25%

Obbligazionari High Yield Globali

-2,59%

+14,48%

+8,88%

Obbligazionari Giappone

-2,52%

-0,30%

+5,08%

Bilanciati Aggressivi EUR - Globali

-2,51%

+12,81%

+7,79%

Azionari Francia Large Cap

-2,42%

+19,23%

+18,05%

Azionari USA Large Cap Value

-2,40%

+23,43%

+7,75%

Azionari Olanda

-2,38%

+24,61%

+17,99%

Obbligazionari Inflation-Linked Globali

-2,33%

+8,05%

+4,75%

Azionari Internazionali Large Cap Growth

-2,31%

+24,40%

+13,61%

Azionari Area Euro Flex-Cap

-2,31%

+19,51%

+14,97%

Bilanciati Aggressivi EUR

-2,27%

+11,91%

+8,96%

Obbligazionari CHF

-2,22%

+14,73%

+12,79%

Azionari UK Large Growth

-2,21%

+23,46%

+17,14%

Azionari Giappone Large Cap

-2,19%

+28,64%

+23,21%

Azionari Europa Mid Cap

-2,15%

+26,89%

+21,62%

Bilanciati Moderati EUR - Globali

-2,12%

+7,34%

+4,24%

Azionari Europa ex UK Small/Mid Cap

-2,09%

+25,49%

+21,33%

Bilanciati Aggressivi GBP

-2,08%

+19,57%

+12,69%

Bilanciati Flessibili EUR

-2,01%

+6,57%

+5,21%

Obbligazionari Corporate SEK

-2,01%

-2,77%

+0,83%

Obbligazionari Corporate Paesi Emergenti

-1,98%

+17,18%

+10,87%

Monetari SEK

-1,98%

-3,52%

-0,27%

Obbligazionari Inflation-Linked EUR

-1,95%

+0,73%

+0,45%

Bilanciati Flessibili GBP

-1,92%

+16,04%

+10,67%

Azionari Settore Servizi di Pubblica Utilità

-1,90%

+15,20%

+5,18%

Obbligazionari SEK

-1,78%

-0,29%

+0,83%

Bilanciati Moderati EUR

-1,76%

+8,49%

+6,24%

Azionari Settore Private Equity

-1,75%

+19,09%

+12,60%

Immobiliare Diretto - Europa

-1,62%

-1,87%

-1,33%

Obbligazionari Convertibili Europa

-1,60%

+8,72%

+6,81%

Obbligazionari Flessibili Globali

-1,58%

+16,44%

+7,96%

Obbligazionari Globali

-1,55%

+11,14%

+5,21%

Bilanciati Prudenti EUR - Globali

-1,48%

+4,61%

+2,35%

Bilanciati Prudenti EUR

-1,45%

+3,80%

+2,37%

Bilanciati Prudenti USD

-1,31%

+21,09%

+9,53%

Obbligazionari Asia

-1,25%

+18,98%

+9,13%

Obbligazionari Flessibili EUR

-1,25%

+1,19%

+0,78%

Azionari Germania Small/Mid Cap

-1,18%

+16,82%

+13,10%

Azionari USA Large Cap Blend

-1,12%

+27,67%

+10,91%

Obbligazionari Flessibili USD

-1,06%

+19,02%

+9,29%

Obbligazionari High Yield EUR

-0,98%

+1,88%

+2,44%

Bilanciati Moderati GBP

-0,97%

+18,62%

+12,00%

Obbligazionari Corporate EUR

-0,93%

+1,66%

-0,08%

Obbligazionari Lungo Termine EUR

-0,92%

+9,12%

+0,98%

Obbligazionari High Yield Asia

-0,76%

+21,09%

+12,47%

Obbligazionari Europa

-0,74%

+4,72%

+2,11%

Obbligazionari High Yield Europa

-0,70%

+2,80%

+3,50%

Obbligazionari Globali EUR

-0,70%

+3,45%

+1,51%

Obbligazionari Globali USD

-0,56%

+20,42%

+9,27%

Azionari USA Mid Cap

-0,53%

+30,11%

+14,11%

Azionari Settore Comunicazioni

-0,47%

+25,77%

+15,63%

Obbligazionari Corporate Globali

-0,47%

+17,07%

+7,59%

Obbligazionari Diversificati EUR

-0,43%

+2,40%

+0,17%

Obbligazionari Governativi EUR

-0,33%

+3,06%

+0,16%

Azionari Italia

-0,29%

+24,33%

+27,32%

Obbligazionari Corporate Breve Termine EUR

-0,28%

+0,49%

+0,33%

Obbligazionari DKK

-0,26%

-0,04%

-1,42%

Azionari Giappone Small/Mid Cap

-0,20%

+27,28%

+23,04%

Obbligazionari Diversificati Breve Termine EUR

-0,19%

+0,45%

+0,26%

Obbligazionari Corporate USD

-0,15%

+20,08%

+8,84%

Azionari Europa Small Cap

-0,11%

+26,81%

+24,20%

Obbligazionari Brevissimo Termine EUR

-0,10%

+0,07%

+0,04%

Obbligazionari Governativi Breve Termine EUR

-0,07%

+0,40%

+0,41%

Monetari a Breve Termine EUR

-0,02%

+0,00%

-0,01%

Obbligazionari Islamici

-0,01%

+19,15%

+10,24%

Monetari EUR

+0,00%

+0,18%

+0,08%

Obbligazionari Inflation-Linked USD

+0,01%

+17,15%

+9,40%

Bilanciati Prudenti GBP

+0,02%

+17,61%

+11,23%

Obbligazionari Diversificati GBP

+0,09%

+17,95%

+9,20%

Obbligazionari High Yield GBP

+0,33%

+15,24%

+12,86%

Azionari Francia Small/Mid Cap

+0,38%

+15,63%

+15,83%

Azionari USA Large Cap Growth

+0,46%

+31,06%

+14,56%

Obbligazionari Diversificati Breve Termine USD

+0,49%

+20,44%

+9,71%

Obbligazionari Diversificati USD

+0,53%

+21,47%

+9,70%

Monetari a Breve Termine USD

+0,67%

+20,54%

+9,50%

Obbligazionari Globali ILS

+0,79%

+14,55%

+11,04%

Obbligazionari Corporate GBP

+0,79%

+18,56%

+10,47%

Obbligazionari Governativi USD

+0,89%

+21,23%

+9,49%

Monetari USD

+0,89%

+20,49%

+9,58%

Azionari UK Mid Cap

+1,31%

+33,32%

+25,40%

Monetari GBP

+1,55%

+13,38%

+9,55%

Monetari a Breve Termine GBP

+1,67%

+13,74%

+10,02%

Azionari Settore Biotecnologia

+1,84%

+59,70%

+27,44%

Azionari Settore Salute

+1,90%

+43,78%

+22,91%

Azionari Belgio

+2,18%

+24,45%

+17,80%

Obbligazionari Governativi GBP

+2,25%

+21,94%

+10,22%

Obbligazionari Flessibili GBP

+2,27%

+18,00%

+12,16%

Obbligazionari Inflation-Linked GBP

+2,44%

+24,53%

+12,41%

Azionari India

+3,02%

+33,51%

+14,94%

Azionari Danimarca

+3,03%

+31,78%

+30,39%

Azionari Vietnam

+4,74%

+11,52%

+10,03%

Fonte: Morningstar. Dati al 19/08/2015

Delle 185 categorie prese in considerazione, 159 hanno registrato performances negative negli ultimi 3 mesi. Solo 25 le categorie con risultati positivi, delle quali 6 hanno ottenuto più del 2% ed una sola (Azionari Vietnam) più del 4%. Da sottolineare, infine, che circa la metà (12) delle categorie positive ha riguardato fondi con portafoglio denominato in sterline inglesi. In un tale contesto di incertezza gli investitori internazionali sembrano aver trovato nella valuta britannica un rifugio contro le attuali turbolenze di mercato, che, infatti, è l’unica valuta ad essersi apprezzata nei confronti dell’euro negli ultimi mesi.

Questo è quello che è già successo. Ora le problematiche principali che catturano l'attenzione degli investitori riguardano essenzialmente le ipotesi circa le tempistiche di rialzo dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve (Fed) e della Bank Of England. Per quanto riguarda la prima, ieri ha fornito indicazioni ancora poco chiare sul fronte dei tassi di interesse. Resta quindi in seno agli operatori la divisione tra chi prevede un ritocco dei tassi già da settembre e chi invece pensa che la Fed agirà a fine anno. L'attenzione massima sarà sul discorso che terrà venerdì prossimo Janet Yellen in occasione dell'incontro annuale dei banchieri centrali a Jackson Hole.

Ma cosa succede se la Fed aumenta il costo del denaro? In primo luogo saranno favorite le azioni di società che fanno utili in dollari, almeno per quanto riguarda le esportazioni, e che hanno una correlazione negativa con l'euro. I settori interessati potrebbero essere quello farmaceutico o legati ai consumi al dettaglio. Un'altro trend da cavalcare può essere quello dei ciclici che sono strettamente legati alla crescita economica, questi titoli nella maggioranza dei casi hanno sovraperformato i difensivi in occasione dei passati rialzi dei tassi.

Un altro tema cavalcato da molti analisti è quello del costo del debito. Secondo gli esperti, un rialzo degli Usa metterà pressione anche sul rendimento dei Bund, che saranno destinati a offrire di più rispetto ai minimi attuali. Questa attesa fa sì che siano preferite le aziende meno indebitate e più esposte alla crescita economica. Mentre sono da evitare le obbligazioni investment grade, le società europee molto indebitate e con bassi margini operativi.

Queste informazioni non costituiscono un'offerta o una sollecitazione di offerta per l'acquisto di strumenti finanziari qui citati.

21:17

Cosa succede se la mia banca fallisce?

In generale con il termine asset (in italiano, attività) di una banca si intende qualsiasi cosa si possa valutare ed esprimere in termini finanziari (macchine, investimenti, immobili, affari, eccetera), incluse le riserve di liquidità, i crediti e i titoli.

Le passività (liabilities), invece, sono tutte le obbligazioni verso terzi, inclusi i depositi e i debiti, che sono rappresentati da prestiti interbancari a breve termine, obbligazioni, e così via.

Assets (Attivo)

 

Liabilities (Passivo)

Cassa e disponibilità liquide

70

 

Debiti verso banche (prestiti interbancari)

1.430

Attività finanziarie

2.200

 

Debiti verso clientela (depositi)

4.200

Crediti

7.100

 

Titoli in circolazione

3.300

Attività materiali

185

 

Capitale, riserve e azioni proprie

1.070

Attività immateriali

300

 

 

 

Altre attività

145

 

 

 

Totale Attivo

10.000

 

Totale Passivo

10.000

Per definizione, il capitale, che rappresenta le azioni della banca, è uguale alle attività meno le passività.

Una banca è solvibile se i suoi assets superano le sue liabilities, come in questo esempio di bilancio.

Se il valore dei suoi assets diminuisce, per esempio perché un debitore non rimborsa un prestito, o per un cambiamento nelle condizioni del mercato che la porta a dover vendere dei titoli ad un valore inferiore a quello iscritto in bilancio, il suo capitale diminuisce.

Quando il capitale scende a zero o sotto zero, la banca diventa insolvente.

Facciamo un esempio e supponiamo che un debitore della banca (può essere un’altra banca, ad esempio, o qualunque altro soggetto abbia richiesto prestiti) fallisca, e supponiamo inoltre che la perdita per la banca sia pari a 1.060. Gli assets totali della banca si riducono perciò di pari ammontare. Nel nostro esempio, il bilancio diventa (i valori in rosso sono quelli cambiati):

Assets (Attivo)

 

Liabilities (Passivo)

Cassa e disponibilità liquide

70

 

Debiti verso banche (prestiti interbancari)

1.430

Attività finanziarie

2.200

 

Debiti verso clientela (depositi)

4.200

Crediti

6.040

 

Titoli in circolazione

3.300

Attività materiali

185

 

Capitale, riserve e azioni proprie

10

Attività immateriali

300

 

 

 

Altre attività

145

 

 

 

Totale Attivo

8.940

 

Totale Passivo

8.940

A causa del fallimento del proprio debitore la banca non fa più utili, ed il proprio capitale si riduce da 1.070 a 10. A questo punto la banca potrebbe ancora tentare di incrementare a pagamento il proprio capitale attraverso l'emissione di nuove azioni, oppure attraverso un aumento del valore nominale delle azioni esistenti (aumento di capitale).

Senonchè, il timore del fallimento potrebbe indurre contemporaneamente molti correntisti e depositanti a prelevare i propri risparmi (come è successo alla Northern Rock Bank, la quinta banca inglese, nel 2007).

Per far fronte alle richieste dei depositanti, la banca si trova allora costretta a vendere i suoi crediti, titoli ed altri assets ad un prezzo inferiore al valore a cui sono iscritti in bilancio, innescando un meccanismo che porta ad una ulteriore riduzione del capitale.

Rifacciamoci sempre all’esempio e supponiamo infatti che la corsa agli sportelli della banca produca prelievi per complessivi 2.750. La banca copre i primi 70 con le sue riserve di liquidità, ma poi è costretta a vendere immediatamente le altre attività svalutandole (anche se di poco, come in questo caso) per recuperare i restanti 2.680 di cui ha bisogno.

La situazione che si presenta è quindi:

Assets (Attivo)

 

Liabilities (Passivo)

Cassa e disponibilità liquide

0

 

Debiti verso banche (prestiti interbancari)

1.430

Attività finanziarie

0

 

Debiti verso clientela (depositi)

1.450

Crediti

6.040

 

Titoli in circolazione

3.300

Attività materiali

0

 

Capitale, riserve e azioni proprie

0

Attività immateriali

140

 

 

 

Altre attività

0

 

 

 

Totale Attivo

6.180

 

Totale Passivo

6.180

I suoi debiti sono diminuiti di 2.750, ma pure i suoi assets sono calati di 3.820, il capitale si annulla e per questo la banca è insolvente.

Non resta che vendere gli assets residui per soddisfare i creditori. Se questi vengono venduti al valore di bilancio (6.180), tutti i depositanti e gli altri creditori possono essere pienamente rimborsati. Ci rimettono solo gli azionisti (perché il capitale è 0) e vengono cancellati.

Se la vendita dei crediti residui invece permette di raccogliere una cifra inferiore (si pensi ad esempio a prestiti concessi ma non esigibili), sufficiente a rimborsare per intero i depositanti (1.450), ma non gli altri creditori, allora questi subiranno un “taglio” (haircut) proporzionale al valore residuo dell’attivo (ad esempio, se dopo aver soddisfatto i depositanti, restano solo 2.365, allora l’haircut sarà del 50%).

In casi estremi, i creditori non assicurati possono vedere i loro crediti cancellati e anche i depositanti potrebbero essere costretti a subire un haircut (come è successo alle banche cipriote nel 2013).

Il fallimento di una banca (tanto più se di grandi dimensioni) è però un fenomeno che si cerca di evitare ad ogni costo. Prima di tutto perché indurrebbe al panico che danneggerebbe l'intero sistema finanziario. Ed in secondo luogo, perché, in caso di haircut, anche gli altri istituti che hanno concesso prestiti alla banca insolvente ne pagherebbero le conseguenze, scatenando così una reazione a catena da cui non si salverebbe nessuno.

E’ inoltre sbagliato ritenere che le perdite di una banca siano solo“perdite di carta” e che possono essere quindi risolte con qualche trucco contabile. Esse invece rappresentano un reale spreco di risorse (si pensi, ad esempio, alla costruzione di case che nessuno acquista durante una bolla immobiliare, finanziate col credito bancario). Qualcuno deve purtroppo sopportarne il costo.

Prima dell’accordo europeo sul cosiddetto bail-in (firmato nel giugno del 2013, subito dopo il salvataggio di Cipro), erano diverse le modalità e diversi i soggetti che erano chiamati ad intervenire per evitare il fallimento di una banca. In primo luogo lo Stato nel quale aveva sede la banca insolvente, che interveniva per “salvare” (bail-out) azionisti e creditori. In alcuni casi, infatti, i prestiti pubblici di emergenza sono stati sufficienti a salvare una banca dandole il tempo necessario a vendere gli assets a un miglior prezzo o anche soltanto aiutandola a ripristinare la profittabilità. Perché il prestito pubblico, aumentando gli assets e le liabilities di un uguale ammontare, non incide direttamente sul capitale della banca.

Casi del genere recenti in Italia sono stati i Tremonti Bond nel 2009 sottoscritti da quattro banche di interesse nazionale per un controvalore complessivo di 4.05 miliardi di euro al tasso di interesse compreso tra il 7,5% e l’11% annuo (Banco Popolare – 1.450 milioni di euro, Banca Popolare di Milano – 500 milioni di euro, Banca Monte dei Paschi di Siena - 1.900 milioni di euro e Credito Valtellinese – 200 milioni di euro). Ancora più recentemente i più noti Monti Bond emessi nel 2012 per un totale di 3.92 miliardi al fine di procedere al rafforzamento patrimoniale di Banca Monte dei Paschi di Siena. Ma interventi dello stesso tipo si sono registrati un po’ dovunque in Europa, dai 250 miliardi di aiuti di Stato che la Germania ha effettuato a favore delle banche tedesche ai 60 miliardi delle spagnole.

Dopo aver rischiato una procedura d’infrazione da parte di Bruxelles (per il ritardo accumulato), anche l’Italia ha recepito a luglio la Direttiva che diventerà operativa dal gennaio del 2016 sul cosiddetto Meccanismo unico di risoluzione delle crisi (Single Resolution Mechanism, SRM), che si traduce nell’introduzione di alcune norme europee univoche sulla gestione delle crisi bancarie. Come ha avuto modo di chiarire Ignazio Visco, le nuove regole «non consentono d’ora in poi il salvataggio di una banca senza un sacrificio significativo da parte dei suoi creditori». Solo in un secondo momento potrà continuare ad intervenire lo Stato (bail-out).

La direttiva europea prevede infatti un ordine di priorità. I primi chiamati a partecipare saranno gli azionisti della banca; poi i detentori di altri titoli di capitale, come le obbligazioni; gli altri creditori subordinati; i creditori chirografari; le persone fisiche e le piccole e medie imprese titolari di depositi per l’importo sopra i 100.000 euro; infine il «Fondo di garanzia dei depositi, che contribuisce al bail-in al posto dei depositanti protetti». Insomma, l’intervento dello Stato per evitare il fallimento è l’ultima risorsa. Essa si attiverà infatti solo se i primi interventi non saranno stati sufficienti ad evitare il fallimento.

Questa gerarchia segue una logica. Che chi investe in strumenti finanziari più rischiosi sostenga prima degli altri le eventuali perdite o la conversione in azioni. Solo dopo aver esaurito tutte le risorse della categoria più rischiosa si passa alla categoria successiva. In primo luogo, si sacrificano gli interessi dei “proprietari” della banca, ossia degli azionisti esistenti, riducendo o azzerando il valore delle loro azioni. In secondo luogo, si interviene su alcune categorie di creditori, le cui attività possono essere trasformate in azioni - al fine di ricapitalizzare la banca - e/o ridotte nel valore, nel caso in cui l’azzeramento del valore delle azioni non risulti sufficiente a coprire le perdite.

E’ allora evidente che gli investitori devono cominciare a fare estrema attenzione ai rischi di alcuni investimenti fin dalla sottoscrizione, oppure controllare con particolare cura la tipologia di strumenti finanziari in loro possesso (le misure si applicheranno anche agli strumenti già emessi). Come prima opzione, ad esempio, è preferibile un deposito coperto dal Fondo di garanzia in luogo delle obbligazioni, soggette invece a bail-in. E’ importante sottolineare infine che le azioni o le obbligazioni emesse da una banca in difficoltà subiscono aggressione anche se depositate presso una banca “sana”.