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20:22

Dal 1° luglio aumenta l’imposta sulle rendite finanziarie

Dal prossimo 1 luglio 2014, con il Decreto Legge n. 66/2014, convertito il 23 giugno 2014 nella Legge n. 89/2014, entra in vigore la nuova tassazione sulle rendite finanziarie che prevede l'innalzamento dell'aliquota dal 20% al 26%.

 

La variazione non riguarda i cosiddetti "titoli privilegiati" - titoli di Stato italiani o esteri purché di Paesi inseriti nella cosiddetta “white list” (in pratica tutti, tranne i paradisi fiscali) - per i quali l'aliquota rimane invariata al 12,50%.

 

Rimangono inalterate anche le imposte sui guadagni dei buoni fruttiferi postali (12,5%) e i fondi pensione, che conservano una tassazione all’11%.

 

Per i fondi comuni e le sicav la tassazione è mista, nel senso che il guadagno sulla parte investita nei titoli privilegiati è tassato al 12,5%, quello relativo a tutti gli altri strumenti è soggetta invece all’imposizione del 26%.

 

Ovviamente il prelievo si applica sugli eventuali guadagni realizzati e non sul capitale investito (gravato invece dell’imposta di bollo dello 0,20% sul valore del patrimonio).

 

A titolo di esempio, se posseggo azioni della società X acquistate a 1.000 euro e le rivendo incassando 1.100, dal 1 luglio, dal guadagno realizzato di 100 euro, dovrò detrarre l’imposta di 26 euro (mentre prima ne versavo 20).

 

Il passaggio alla nuova tassazione avverrà in modo differente a seconda delle modalità con cui si realizzeranno guadagni e perdite.

 

Per i dividendi il meccanismo è semplice: tutti i proventi incassati a partire dal 1° luglio saranno decurtati della nuova imposta del 26%.

 

Sugli interessi di conti correnti, bancari e postali, e sulle cedole delle obbligazioni varrà invece il principio di maturazione. Ovvero gli interessi maturati prima di luglio 2014 vengono tassati al 20%, quelli dopo al 26%.

 

In particolare, per i titoli obbligazionari (ovviamente quelli non compresi nella lista dei titoli privilegiati), sulle cedole ed i disaggi di emissione maturati al 30 giugno 2014, nei primi giorni di luglio gli intermediari provvederanno ad accreditare l’ importo derivante dall’applicazione della nuova aliquota del 26% e contestualmente ad addebitare l’importo derivante dall’applicazione dell’aliquota del 20%.

 

Facciamo l’esempio di un’obbligazione che stacca due cedole semestrali con godimento 01/04/2014 e 01/10/2014

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1° fase: sugli interessi maturati dal 01/04/2014 al 30/06/2014 a luglio verrà accreditata l’imposta del 26% ed addebitata l’imposta del 20%;

2° fase: su tutti gli interessi maturati dal 01/04/2014 al 01/10/2014, alla data di godimento della cedola, verrà addebitata l’imposta del 26%.

 

Per chi possiede quote di fondi comuni, etf o gestioni patrimoniali, tutti i calcoli sulle diverse aliquote da applicare in base al periodo in cui i profitti sono stati realizzati ed alla tipologia di titoli detenuti in portafoglio, verranno effettuati automaticamente dal gestore.

Per chi invece ha comprato direttamente o attraverso un dossier titoli azioni o obbligazioni dovrà scegliere personalmente se “congelare” la sua situazione al 30 giugno ricorrendo al cosiddetto affrancamento.

 

L’affrancamento consiste nella facoltà di allineare il valore fiscale di carico degli strumenti finanziari presenti in portafoglio al 30 giugno 2014 ai prezzi/valori di mercato in tale data. Versare cioè l’aliquota del 20% sui profitti maturati sino a quel momento e poi passare alla tassazione del 26% su eventuali guadagni ottenuti dal primo luglio in poi. Se non si opta per questa soluzione i profitti derivanti dall’aumento del valore dei titoli (capital gain) verranno tassati al 26% al momento della vendita indipendentemente dal periodo in cui sono stati realizzati.

 

Ad esempio:

Quantità titolo posseduto al 30 Giugno 2014

Valore fiscale di carico del titolo

Valore al 30 Giugno 2014

Plusvalenza (€)

Imposta sostitutiva (€)

Nuovo valore fiscale del titolo dopo l’affrancamento

100

5

7

200

40 (20% di 200 €)

7

 

La scelta se “affrancarsi” o meno non è così scontata come potrebbe sembrare a prima vista. Bisogna infatti tenere conto di diversi fattori. A cominciare dal fatto che “affrancandosi” si pagano subito e in anticipo delle tasse su profitti teorici che potrebbero non essere realizzati in futuro, se, per ipotesi, il valore di un titolo in portafoglio dovesse subire un forte calo annullando i guadagni realizzati. Inoltre, la scelta dell’affrancamento coinvolge in pratica tutto il contenuto del dossier. In altre parole, non si può scegliere di applicarlo solo a determinati titoli.

 

Indicativamente l’affrancamento conviene se il dossier titoli è prevalentemente in guadagno oppure se ci si attendono ulteriori aumenti del valore dei titoli in futuro. Non conviene, invece, “affrancare” obbligazioni il cui valore di mercato sia salito e che si vogliono – però - portare a scadenza. Il loro valore, infatti, è destinato a scendere (se il rimborso è alla pari) man mano che si avvicina la data della scadenza.

 

E’ bene rammentare che l’opzione per l'affrancamento potrà essere esercitata rivolgendosi al proprio intermediario entro il 30 settembre 2014. Tale opzione avrà efficacia per tutti gli strumenti finanziari (sempre ad eccezione dei titoli di Stato italiani, dei titoli dei Paesi “white list” e degli OICR) inclusi nel medesimo dossier titoli alla data del 30 giugno 2014 ed ancora detenuti alla data di esercizio dell’opzione.

 

Infine, in caso di minusvalenze realizzate fino al 30 giugno 2014, queste potranno essere utilizzate per compensare le plusvalenze realizzate dal 1° luglio 2014 limitatamente al 76,92% del loro valore, mentre in caso di minusvalenze realizzate prima del 1° gennaio 2012, queste potranno essere utilizzate a compensazione per il 48,08%. Questa diminuzione della percentuale è stata prevista dalla legge per rendere omogeneo il valore delle minusvalenze realizzate in periodi in cui erano applicate aliquote diverse (12,5% fino al 31/12/2011, 20% dal 01/01/2012 fino al 30/06/2014) con il valore delle minusvalenze che si genereranno dal 1° luglio 2014.

20:23

Montepaschi: cambiano gli azionisti in vista dell’aumento

CapitalevotanteA fine aprile l'azionariato del Monte sarà più chiaro, perchè tutti i soci si riuniranno in assemblea per l'esame del bilancio 2013 chiuso con 1,4 miliardi di perdite. Tra i grandi azionisti si vedrà anche la quota reale del fondo Usa Blackrock, che ha ufficialmente il 5,74% di Mps ma alcune indiscrezioni vedono fino all'8%.

Quello che è certo finora è che la Fondazione Monte dei Paschi ha venduto quasi tutto quel che voleva, e doveva, vendere nella banca senese.  Dall’agosto 2012, data in cui  era stato raggiunto l’accordo con le banche finanziatrici, relativo al ribilanciamento del debito finanziario, ha ceduto oltre 3 miliardi di azioni incassando circa 776 milioni di euro, quasi tutti utilizzati per rimborsare i creditori.VenditeFondazione

VariazionepesoOggi , secondo i dati ufficiali dell’internal dealing di Borsa Italiana, il peso della Fondazione è sceso al 5,5% del capitale votante della banca senese (ne aveva oltre il 72 appena due anni fa), ma secondo il quotidiano “Il Sole 24 Ore”, questa quota è destinata a scendere ulteriormente giacchè l’Ente presieduto da Antonella Mensi sarebbe intenzionato “a cedere un altro 3% del capitale e mantenere solo la quota del 2,5% vincolata al patto di sindacato con Fintech e Pactual”.

Il pacchetto del 3% in vendita sarà ceduto prima dell'aumento di capitale e contribuirà a rafforzare la dote finanziaria (pari a circa 400 milioni di euro) con cui la Fondazione punta a ricreare un attivo in grado di produrre reddito.

Nonostante le cessioni, comunque,  la Fondazione dovrebbe continuare ad assicurarsi il potere di veto sulle nomine dei vertici della banca.  I due nuovi azionisti sudamericani della banca, Fintech e Btg che controllano congiuntamente il 9% dell’istituto, hanno infatti siglato un accordo, blindando il meccanismo di nomine congiunta dei futuri vertici con veti incrociati per la nomina dell’amministratore delegato e del presidente del Monte dei Paschi di Siena.

Le parti, si legge nel patto parasociale che avrà durata di tre anni, “hanno concordato che la designazione (congiunta) da parte degli acquirenti di un candidato proposto alla carica di amministratore delegato sarà soggetta alla preventiva approvazione di Fmps (Fondazione Monte dei Paschi), che non dovrà essere ingiustificatamente rifiutata”. Al tempo stesso, prosegue il testo del patto, “la designazione da parte di Fmps di un candidato proposto alla carica di presidente sarà soggetta alla preventiva approvazione degli acquirenti, che non dovrà essere ingiustificatamente rifiutata”.

Con il patto i tre soci del Monte si impegnano inoltre a sottoscrivere le loro quote parte della ricapitalizzazione bancaria prevista a maggio per totali 3 miliardi, "ma non per successivi eventuali nuovi aumenti", per i quali invece "le parti dovranno discutere in buona fede possibili azioni in relazione alle suddette operazioni”, lasciando trasparire la possibilità (ventilata, ad esempio dal finanziere Serra, fondatore di Algebris), che la provvista di 3 miliardi potrebbe risultare inadeguata a coprire la mole di  sofferenze e incagli e la restituzione a breve dei Tremonti bonds.

20:42

Commissioni di performance: è giusto pagarle?

La Commissione di Performance è la commissione che viene trattenuta dalla società di gestione in base esclusivamente ai risultati conseguiti dal fondo. La percentuale è solitamente commisurata all'incremento del valore della quota rispetto all'incremento di un parametro di riferimento. Questo parametro di riferimento può essere sia il benchmark, sia altri parametri come ad esempio l'inflazione.

Chi vende il fondo, generalmente sostiene che essa costituisce il migliore incentivo per il gestore a fare bene.

I meccanismi di applicazione però inducono a risultati non propriamente vantaggiosi per il cliente. Questo accade, generalmente per due ordini di motivi:

 

  1. il parametro di riferimento utilizzato per il calcolo delle commissioni di performance non è coerente con il profilo di rischio del portafoglio del fondo. Ad esempio il Fondo Mediolanum Flessibile Italia, che possiede circa il 97% del portafoglio investito in azioni (dati al 30/09/2013), utilizza come parametro di riferimento per il calcolo delle performance fees, l’indice JPMorgan Cash Index Euro ad 1 mese, che è invece un indice del mercato monetario. Questo da un lato abbassa la soglia di accesso alla commissione e dall’altro, essendo questa calcolata sul differenziale di rendimento tra il fondo ed il parametro, produce - soprattutto nei periodi di rialzo dei mercati azionari - commissioni di performance particolarmente elevate.
  2. la mancata applicazione del cosiddetto “High Water Mark”, ovvero un meccanismo di calcolo che prevede che non vengano prelevate dai fondi nuove commissioni di performance fintanto che i risparmiatori non abbiano recuperato le perdite registrate precedentemente. In altri termini se il fondo perde dai suoi precedenti massimi, dovrebbe prima ritestare i nuovi massimi e poi addebitare nuove commissioni di performance.

Negli Stati Uniti d’America il regolatore intervenne su quest’aspetto dell’organizzazione dei fondi comuni con l’lnvestment Adviser Act già nel 1970, imponendo agli operatori del settore il concetto di “commissioni simmetriche” per cui, se il fondo non batte il suo benchmark, il gestore deve restituire le commissioni di performance anche intaccando le commissioni di gestione percepite.

Una recente inchiesta di Giovanna Boursier, apparsa sul Corriere della Sera del 5 novembre 2013 spiega molto bene come in Italia, invece, il meccanismo di calcolo delle commissioni di performance produca delle iniquità rilevanti tra alcune società di gestione (in particolare Mediolanum, Banca Generali ed Azimut) ed i clienti gestiti. Vedi, a tale proposito, il servizio in basso:


Corriere Tv - Chi ci guadagna con le commissioni di performance?

Sulla questione, può essere utile consultare la seguente tabella di confronto sui tre casi – veramente eclatanti – cui il servizio fa riferimento.
I dati sono desunti dai rispettivi bilanci pubblicati sui siti delle Società di Gestione

logo_Mediolanum

logo_GAM

logo_AZ

MEDIOLANUM CHALLENGE
FUNDS
BG SICAV
AZ FUND 1

La commissione di incentivo è calcolata in base alla performance mensile dei singoli comparti.
Se tale performance - annualizzata - è superiore al tasso interbancario Euribor 3 mesi (1,5 volte superiore per i Comparti Equity/Flexible), la Società di Gestione preleva una commissione di performance pari al 5% (3% per i comparti Equity/Flexible se la differenza tra la performance mensile del comparto ed il tasso interbancario è pari o inferiore al 5%) della differenza tra la performance mensile del comparto ed il tasso interbancario.

La commissione di performance matura su base giornaliera ed è pagata trimestralmente al termine di ogni periodo (tre mesi). E' dovuta se la variazione percentuale del NAV nel periodo considerato, è superiore alla variazione percentuale del benchmark nel medesimo periodo. La commissione di incentivo è dovuta anche se la percentuale di variazione è negativa, a condizione che tale decremento sia inferiore a quello parallelamente subito dall’Indice di riferimento nell’analogo periodo. Per il comparto BG SICAV – Flexible Euro Bond e il comparto BG SICAV – Euro Bond, la commissione di performance è dovuta semplicemente se la variazione del NAV, nell'arco del periodo di calcolo della performance, è positiva. Per la maggioranza dei comparti, la commissione di incentivo è calcolata su base giornaliera, applicando una percentuale del 25% alla differenza tra la variazione percentuale del Valore Patrimoniale Netto per azione e la variazione percentuale dell’Indice di riferimento nell’analogo periodo.

La commissione di performance è addebitata mensilmente ed è calcolata sulla performance trimestrale annualizzata di ogni singolo comparto purchè positiva. L'ammontare del prelievo è pari al prodotto della performance trimestrale annualizzata per un'aliquota che varia da comparto a comparto ed è compresa tra lo 0,004% dei comparti a "breve termine" fino allo 0,10% per quelli azionari.
     
DATI DI BILANCIO 2012 IN EURO
DATI DI BILANCIO 2012 IN EURO
DATI DI BILANCIO 2012 IN EURO
COMMISSIONI DI GESTIONE
COMMISSIONI DI GESTIONE
COMMISSIONI DI GESTIONE
206.547.065
5.780.238
163.731.470
COMMISSIONI DI PERFORMANCE
COMMISSIONI DI PERFORMANCE
COMMISSIONI DI PERFORMANCE
102.901.419
2.768.266
107.823.184
UTILI/PERDITE
UTILI/PERDITE
UTILI/PERDITE
953.362.303
-106.938.225
289.017.792
     

Nel 2012 i 27 comparti di cui è composta complessivamente la Sicav del Gruppo Mediolanum ha registrato utili pari a 953 milioni di euro.

Il valore delle commissioni percepite supera i 309 milioni di euro, un valore pari al 32% degli utili.

Tra i comparti ci sono anche dei paradossi: l'INTERNATIONAL INCOME FUND, ha registrato perdite per oltre 9,7 milioni di euro. Nonostante il risultato negativo, il gestore, oltre agli oltre 2,3 milioni di commissioni di gestione, è riuscito ad assegnarsi un premio di 912mila euro. Tutto ciò a causa del meccanismo di calcolo della commissione di performance, basata sulla periodicità mensile e sul parametro di riferimento (Euribor 3m) non coerente con il portafoglio del comparto.

Periodicità di calcolo trimestrale e indici di riferimento considerati solo al 50% sono gli ingredienti che consentono al gestore dei 13 comparti della Sicav di Generali Fund Management di intascare perfomance fees anche nel caso in cui il patrimonio netto dei clienti gestiti si riduca in maniera considerevole nell'arco dell'anno (-24,25% rispetto al patrimonio all'inizio del 2012).

Nella struttura commissionale del fondo lussemburghese di Banca Generali manca anche il tetto massimo da porre alle commissioni di incentivo (la cosiddetta fee cap).

La Sicav di Azimut non esprime un indice e nemmeno un obiettivo di rendimento a cui far riferimento per il computo delle commissioni variabili. Il gestore, non deve superare nessuna asticella per aggiudicarsi il premio. Per far scattare il prelievo è sufficiente che ogni mese, la performance trimestrale del fondo (per giunta annualizzata) sia semplicemente positiva. Una modalità di calcolo che ha consentito al gruppo di incassare commissioni pari al 90% degli utili compessivamente conseguiti in un anno. Inoltre la struttura commissionale non rispetta neanche gli altri requisiti che Banca d'Italia impone ai fondi italiani sulle metodologie di calcolo della commissione di incentivo: manca il limite all'ammontare massimo delle commissioni (fee cap); il patrimonio di calcolo non è il minore tra il valore complessivo netto del fondo nel giorno di calcolo e quello medio calcolato nel periodo considerato.

12:30

Crisi in Ucraina: un'occasione da sfruttare?

La crisi ucraina ha fatto crollare ieri anche il rublo e la Borsa di Mosca. Nuovo record storico negativo per la divisa russa: oggi, mentre S&P si dice pronta ad intervenire sui rating, al cambio occorrono 49,55 rubli per un euro e 36,08 per un dollaro.  Per questo la banca centrale di Mosca è stata costretta ad alzare, pochi minuti dopo l’avvio delle contrattazioni di ieri, quando il rublo aveva superato il muro simbolico dei 50 euro contro euro, il tasso di interesse dal 5,5% al 7%
Inevitabile conseguenza è stata una sensibile riduzione delle quotazioni delle obbligazioni emesse nella divisa russa (parzialmente assorbite oggi), alcune delle quali hanno raggiunto prezzi che potrebbero essere ritenute veramente molto interessanti, se si è disposti ad assumere il rischio di cambio. Per quanto riguarda l’economia, il deficit di bilancio della Russia si è attestato allo 0,5% del PIL nel 2013, grazie alla svalutazione del rublo e al conseguente aumento delle tasse sul petrolio. La Russia ha pertanto chiuso il terzo anno consecutivo di bilancio pressoché in pari. Il tasso di disoccupazione è sceso dal 9,4% del 2009 al 5,6% di fine gennaio del 2014, l’opposto di quanto accade in Europa dove la disoccupazione sta esplodendo. La produzione industriale è migliorata, segnando una crescita dello 0,8% su base annua, così come sono rimasti in territorio positivo, con un aumento dello 0,3% su base annua a dicembre 2013, gli investimenti. Il debito sovrano è classificato da Standard & Poor’s BBB (con outlook stabile in considerazione dei bilanci fiscali ed esterni che restano forti) e a livello politico il paese può contare su una certa stabilità (al di là della crisi ucraina, molto probabilmente solo momentanea).

Ma come si può fare ad investire in Russia, approfittando del momento e senza correre troppi rischi (almeno sul fronte dell’emittente)? Ribadendo ancora una volta il concetto che cercare di interpretare le dinamiche dei cambi resta un esercizio particolarmente ostico, soprattutto in momenti come questi, dove alle variabili “tradizionali” va aggiunta la distorsione in cui si trovano i mercati a causa dell’alta volatilità, ci sono alcune emissioni denominate in rubli che, visto l’attuale livello della divisa di negoziazione potrebbero consentire rendimenti molto interessanti.
La BEI (Banca Europea degli Investimenti, Rating AAA) è presente sul mercato con diverse emissioni obbligazionarie in rubli con scadenze che vanno fino al 2019
Codice ISIN
Scadenza
Cedola
Vita residua Prezzo di mercato (1) Rend. netto a scadenza (2) Lotto minimo
XS0551324964
29/12/2014
5.45%
9m, 25g
98,505
5.94%
1.000 RUB
XS0748663951
28/08/2015
6.0%
1a, 5m, 24g
97,530
6.50%
10.000 RUB
XS0523712791
15/12/2015
6.5%
1a, 9 m, 12g
97,786
6.62%
50.000 RUB
XS0544309908
30/09/2016
6.5%
2a, 6m, 26g
97,580
6,41%
50.000 RUB
XS0303133564
13/06/2017
6.75%
3a, 3m, 9g
97,565
6.50%
1.000 RUB
XS0889394846
15/02/2018
6.0%
3a, 11m, 11g
94,60
6.56%
50.000 RUB
XS0801408435
16/07/2019
7.5%
5a, 4m, 12g
100,300
7.60%
50.000 RUB
(1) Prezzo rilevato il 4/3/2014 sulla Borsa di Francoforte
(2) rendimento al netto di imposte (attualmente al 20%) e commissioni bancarie (0,50%) ipotizzando il cambio EUR/RUB invariato fino alla scadenza.
Si tratta di obbligazioni non subordinate negoziabili tranquillamente sulla Borsa di Francoforte e con lotti minimi particolarmente bassi (1.000 rubli oggi valgono poco più di 20 euro).
Tra le emissioni nostrane vi segnalo invece Banca IMI Collezione rublo russo 8,30% 2016 (cod. Isin IT0004938129), una obbligazione emessa dal Gruppo Intesa SanPaolo (rating BBB+ per S&P e Fitch e Baa2 per Moody’s) scambiata per lotti minimi pari a 60.000 rubli (poco più di 1.200 euro) sia sull’ExtraMot che sul Tlx. Al momento il titolo scambia intorno a 106,20 (prezzo di collocamento 99,06) e quindi offre un rendimento a scadenza pari al 4,10% netto.
In conclusione, una sola ultima raccomandazione: prima di prendere decisioni di acquisto è bene consultare un esperto che possa guidarvi nelle scelte giuste.

20:51

Buoni Postali: le Poste non pagano gli interessi promessi

Negli ultimi mesi, sono sempre più numerosi gli italiani, titolari di buoni postali fruttiferi emessi tra il 1981 ed il 1986 (serie “O” e”P” dei buoni ordinari e “AF”, “AA” e “AB” a termine), che hanno segnalato delle gravi irregolarità: recatisi presso gli uffici postali per riscuotere le somme spettanti al termine dei trent’anni, si sono visti negare il pagamento dell’importo che sarebbe stato loro dovuto secondo le condizioni riportate sui titoli. Questo, a detta delle Poste, per effetto “della variazione dei rendimenti come previsto dal decreto del ministero del Tesoro del 13/6/1986, e resa nota mediante pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale n. 148 del 28/06/1986”
Tale norma stabilisce in particolare che “le variazioni del saggio d’interesse dei buoni postali fruttiferi sono disposte con decreto del Ministro per il tesoro, di concerto con il Ministro per le poste e le telecomunicazioni, da pubblicarsi nella Gazzetta Ufficiale; esse hanno effetto per i buoni di nuova serie, emessi dalla data di entrata in vigore del decreto stesso, e possono essere estese ad una o più delle precedenti serie. Ai soli fini del calcolo degli interessi, i buoni delle precedenti serie, alle quali sia stata estesa la variazione del saggio, si considerano come rimborsati e convertiti in titoli della nuova serie e il relativo computo degli interessi è effettuato sul montante maturato, in base alle norme di cui al primo comma del precedente art. 172, alla data di entrata in vigore del decreto previsto dal presente articolo. Per i buoni che siano stati emessi da meno di un anno, il nuovo saggio decorre dalla data di compimento dell’anno ed il calcolo, degli interessi è eseguito sul montante maturato alla scadenza di questo periodo. Gli interessi vengono corrisposti sulla base della tabella riportata a tergo dei buoni; tale tabella, per i titoli i cui tassi siano stati modificati dopo la loro emissione, è integrata con quella che è a disposizione dei titolari dei buoni stessi presso gli uffici postali”.
I buoni della serie “O”, ad esempio, al’emissione riportavano uno sviluppo di tassi variabile in funzione del periodo di detenzione, come da tabella seguente (si vedano qui tutte le condizioni):
buoni-fruttiferi-postali-serie_o
Secondo le condizioni previste all’emissione, un buono di questa serie (peraltro esente da imposta) avrebbe dovuto corrispondere all’avente diritto 17.900,04 euro per ogni 516,47 (1.000.000 di lire) di nominale alla scadenza dei trent’anni. Effettuando il calcolo sul sito delle poste si trova – però - un valore enormemente inferiore: appena 9.240,67 euro. Ed è questo il valore rimborsato effettivamente ai risparmiatori.
Secondo le diverse sentenze della Cassazione n. 27809/2005 e n. 13979/2007 tutto ciò è illegittimo. Quest’ultima, in particolare, recita “nella disciplina dei buoni postali fruttiferi dettata dal testo unico approvato con il d.P.R. 29 marzo 1973, n. 156, il vincolo contrattuale tra emittente e sottoscrittore dei titoli si forma sulla base dei dati risultanti dal testo dei buoni di volta in volta sottoscritti; ne deriva che il contrasto tra le condizioni, in riferimento al saggio degli interessi, apposte sul titolo e quelle stabilite dal DM che ne disponeva l'emissione deve essere risolto dando la prevalenza alle prime, essendo contrario alla funzione stessa dei buoni postali - destinati ad essere emessi in serie, per rispondere a richieste di un numero indeterminato di sottoscrittori - che le condizioni alle quali l'amministrazione postale si obbliga possano essere, sin da principio, diverse da quelle espressamente rese note al risparmiatore all'atto della sottoscrizione del buono
All’epoca non era previsto, infatti, alcun obbligo informativo in capo all’intermediario; quindi ai clienti non veniva data alcuna indicazione ulteriore scritta e/o orale. Pertanto i buoni venivano acquistati dai risparmiatori solo sulla base di quanto riportato sul retro del titolo.
Concorde sul punto è anche l’Arbitro Bancario Finanziario (ABF), il quale, nelle proprie numerose pronunce è costante nel ritenere che la liquidazione degli interessi debba avvenire in base a quanto previsto nel retro del titolo (Decisione n. 315 del 17-02-2011 - Collegio di Milano; Decisione n. 346 del 21-02-2011 - Collegio di Napoli; Decisione n. 719 del 11-04-2011 - Collegio di Milano; Decisione n. 1868 del 05-06-2012 - Collegio di Napoli; Decisione n. 2210 del 27-06-2012 - Collegio di Roma; Decisione n. 2615 del 27-07-2012 - Collegio di Napoli).
Se quindi andate allo sportello a incassare i vostri buoni postali e vi danno meno di quanto vi era stato promesso, rifiutate di firmare la liberatoria che vi metteranno davanti. Verificate, con l’ausilio di un esperto, la corrispondenza tra i tassi indicati nella tabella riportata a tergo dei buoni con quelli applicati dall’ufficio postale in sede di liquidazione. Se fossero, come è quasi certo, inferiori, inviate un formale reclamo alla Posta in cui specificate di considerare il pagamento come soltanto parziale, riservandovi di agire in giudizio per ottenere la differenza.
La Posta ha trenta giorni di tempo per rispondere. Qualora essa non dovesse accogliere le vostre doglianze è obbligatorio, prima della causa, instaurare la conciliazione avanti ad un organismo abilitato. Se l’accordo non fosse raggiunto, potrete rivolgervi all’ABF, oppure direttamente al Giudice competente dando così inizio al giudizio ordinario.

15:08

Mutui bancari: tassi di mora e usura

Quando una banca ed un cliente stipulano un contratto di mutuo, un finanziamento, un leasing, ecc. pattuiscono anche la misura degli interessi che il debitore deve corrispondere sulla somma presa in prestito. Con l'entrata in vigore della Legge 108/96 si è stabilito che se le parti si accordano per la dazione di un tasso di interesse superiore alla soglia individuata con Decreto del Ministro dell'Economia e delle Finanze, gli interessi sono usurari e non devono essere corrisposti in favore della banca.

TASSI DI INTERESSE EFFETTIVI GLOBALI MEDI RILEVATI AI SENSI DELLA LEGGE 108/96 SULL’USURA
PERIODO DI APPLICAZIONE DAL 1° GENNAIO 2014 FINO AL 31 MARZO 2014

Categorie di operazioni
Classi di importo in Euro
Tasso medio %
(su base annua)
Tasso soglia %
APERTURE DI CREDITO IN CONTO CORRENTE fino a 5.000

11,42

18,275

oltre 5.000

10,06

16,575

SCOPERTI SENZA AFFIDAMENTO fino a 1.500

16,19

24,190

oltre 1.500

15,29

23,112

ANTICIPI E SCONTI COMMERCIALI fino a 5.000

8,92

15,150

da 5.000 a 100.000

8,03

14,037

oltre 100.000

5,49

10,862

FACTORING fino a 50.000

7,49

13,362

oltre 50.000

4,54

9,675

CREDITI PERSONALI Qualsiasi importo

11,99

18,987

ALTRI FINANZIAMENTI A FAMIGLIE E IMPRESE Qualsiasi importo

10,66

17,325

PRESTITI CONTRO CESSIONE DEL QUINTO DELLO STIPENDIO E DELLA PENSIONE fino a 5.000

11,46

18,325

oltre 5.000

11,35

18,187

LEASING AUTOVEICOLI E AERONAVALE fino a 25.000

7,88

13,850

oltre 25.000

7,55

13,437

LEASING IMMOBILIARE a tasso fisso

6,58

12,225

a tasso variabile

4,99

10,237

LEASING STRUMENTALE fino a 25.000

8,58

14,725

oltre 25.000

6,13

11,662

CREDITO FINALIZZATO ALL'ACQUISTO RATEALE fino a 5.000

12,26

19,325

oltre 5.000

9,95

16,437

CREDITO REVOLVING fino a 5.000

16,99

24,990

oltre 5.000

12,26

19,325

MUTUI CON GARANZIA IPOTECARIA Tasso fisso

5,11

10,387

Tasso Variabile

3,81

8,762

Gli interessi sono da considerarsi usurari, ai sensi dell'art. 2 della legge n. 108/96, quando superano del 50% il TAEG individuato trimestralmente dal Ministero dell'Economia e delle Finanze e ciò a far data dal 2 aprile 1997 al 13 maggio 2011. Dal 14 maggio del 2011, con l'entrata in vigore del d.l. 70/2011, ai fini della determinazione degli interessi usurari ai sensi dell'art. 2 della legge n. 108/96, i tassi rilevati devono essere aumentati di un quarto a cui si aggiunge un margine di ulteriori 4 punti percentuali; la differenza tra il limite e il tasso medio non può comunque superare gli 8 punti percentuali.

La legge antiusura ha voluto dare rilievo e stigmatizzare la pattuizione illecita prima che il pagamento di interessi usurari, con la conseguenza che viene sanzionata anche e solo la semplice pattuizione. Non importa e non ha rilievo, quindi, l’effettivo pagamento degli interessi. Basta che questi siano stati pattuiti in maniera illecita.

Così ad esempio, se viene pattuito che nel caso in cui il mutuatario non dovesse pagare le rate di ammortamento del mutuo nei termini stabiliti si applicherà un tasso di mora del 10%, se il tasso applicato è superiore alla soglia stabilita dal decreto del Ministro dell'Economia e delle Finanze (che varia ogni tre mesi), anche nel caso in cui il debitore non vada mai in mora, la clausola è nulla e non sono dovuti gli interessi.

Il mutuatario è tenuto a rimborsare solo il capitale preso in prestito, le spese sostenute, le imposte e le tasse. Se così stanno le cose, i mutuatari potrebbero avere dei notevoli benefici nel caso in cui dovessero decidere di portare in giudizio la banca contraente. Il Tribunale potrebbe condannare la banca a restituire in favore del mutuatario tutti gli interessi pagati ingiustamente se già corrisposti oppure, se gli interessi non sono stati in tutto o in parte corrisposti, potrebbe dichiarare il diritto del mutuatario a restituire solo il capitale preso in prestito secondo il piano di ammortamento concordato.

L'azione giudiziaria la si può proporre ancor più se il mutuo è stato già estinto sempre che non siano decorsi più di 10 anni dalla data dell'ultimo pagamento.

ALCUNI ASPETTI GIURIDICI

I tassi moratori di un mutuo, di un leasing e, più in generale, di un qualsiasi finanziamento bancario possono essere usurari?

Sul piano strettamente giuridico, su tale quesito si confrontano tutt'oggi due orientamenti opposti: il primo (favorevole al sistema bancario) fornisce alla domanda risposta negativa mentre il secondo (favorevole al cliente) risposta positiva. Chi sostiene la necessità di escludere i tassi moratori dalla verifica di usurarietà osserva che l'articolo 644 del Codice penale (rubricato "usura') sembra riguardare espressamente solo gli interessi pagati in corrispettivo del finanziamento, ovverosia quelli che, in linguaggio giuridico, vengono appunto denominati interessi corrispettivi (articolo 1282 del Codice civile).

Questi interessi, si fa notare, sono ontologicamente diversi da quelli moratori (articolo 1224 del Codice civile), in quanto questi ultimi, lungi dal costituire un corrispettivo per la concessione del mutuo, sono assimilabili per natura a una sorta di clausola penale per il ritardo e, in quanto tali, quando superiori al Tasso soglia d'usura (TSU), tutt'al più possono essere ridotti a equità dal giudice, similmente a quanto prevede l'articolo 1384 del Codice civile per la clausola penale eccessiva.

In realtà, a chi propugna tale tesi sfugge che il termine "in corrispettivo" è contenuto in una norma penale (l'articolo 644 del Codice penale), che lo utilizza in senso atecnico e sicuramente non in senso civilistico.

A sostegno della stessa tesi, inoltre, si osserva che il TSU è calcolato da Banca d'Italia senza prendere in considerazione i tassi moratori, da ciò deducendo che essi non debbono essere considerati in tema di usura.

Questa ultima deduzione, però, confonde la rilevazione statistica delle soglie d'usura per fini amministrativi (determinate secondo i dettami delle Istruzioni di Banca d'Italia) con il calcolo del costo effettivo e globale di un finanziamento che deve essere necessariamente effettuato con le formule che si rinvengono in qualsiasi manuale universitario di matematica finanziaria. Non va dimenticato che il TSU è un puro dato numerico e che sono quindi del tutto indifferenti sia le modalità con cui viene calcolato (ovverosia le formule matematiche) sia i componenti di costo, che contribuiscono a formarlo. Ne discende che i tassi moratori possono legittimamente essere confrontati con la soglia d'usura. Nel dibattere quale delle due predette tesi sia da accogliersi, spesso ci si dimentica dell’esistenza di un decreto legge (DL 394 del 2000, convertito con legge 24 del 2001), d'interpretazione autentica della legge sull'usura, il cui articolo 1, comma 1 afferma che possono essere usurari gli interessi convenuti "a qualunque titolo" e si sa che i titoli giuridici per cui si può pretendere un interesse sono sostanzialmente tre: corrispettivi, moratori e compensativi.

La legge è talmente chiara da non legittimare alcuna forma d'interpretazione. E, ad ulteriore conferma, il 9 gennaio 2013 è stata depositata una sentenza della Cassazione (la n. 350) che ha ribadito la possibilità di confrontare i tassi moratori con le soglie d'usura. A titolo d'esempio, si invita a consultare: Cass., I Sez., 17 novembre 2000, n. 14899 e Cass., IlI Sez., 4 aprile 2003, n. 5324.

La Cassazione non è neppure la sola a ricordarlo. Infatti, già nel 2002, la Corte Costituzionale (con sentenza n. 29 del 25 febbraio) ha osservato la banalità della questione, affermando che il TSU riguarda anche i tassi moratori. Numerose sono state negli anni anche le sentenze dei giudici di merito che hanno ribadito il principio (Tribunale di Napoli, 19 maggio 2000, Tribunale di Campobasso, 3 ottobre 2000, Corte d'Appello di Venezia, 18 febbraio 2013, n. 342 e Tribunale di Rovereto, 30 dicembre 2013, queste ultime due su www.almaiura.it). Un aspetto singolare in questa vicenda è che la stessa Associazione Bancaria Italiana (ABI), con Lettera circolare LG/OF/RA del 3 aprile 2001, ha riconosciuto che, ai fini dell'usura, sono da ritenersi rilevanti anche gli interessi moratori.

Acclarato che i tassi moratori in un mutuo debbono rispettare le soglie d'usura occorre specificare che, sempre in forza del predetto DL 394/2000, l'usurarietà di un tasso in un mutuo (diverso è, invece, il discorso in un'apertura di credito) va verificata esclusivamente in riferimento al momento della conclusione del contratto in cui il tasso è stato pattuito (ed. usura contrattuale). L'eventuale successiva usurarietà del tasso - impropriamente detta "usura sopravvenuta" - non comporta, in realtà, la configurazione di una vera a propria fattispecie usuraria ma semplicemente l'obbligo per la banca di restituire quanto ricevuto in più, tempo per tempo, rispetto alle soglie d'usura, configurandosi così una sostituzione legale del tasso usurario con il TSU (o, secondo alcuni, con il tasso medio applicato dal sistema bancario: il cosiddetto Tegm). Ciò detto, anche sulle conseguenze economiche derivanti dall'accertamento dell'usurarietà di un tasso moratorio non v'è uniformità di vedute.

La norma civilistica che si applica è senza dubbio l'articolo 1815, comma 2 del Codice civile, il quale statuisce che, se sono convenuti interessi usurari, la clausola di debenza degli interessi è nulla e non sono dovuti interessi (in gergo si parla di "tasso zero").

Tuttavia, v'è chi afferma che, nel caso in cui solo gli interessi moratori risultino usurari (a fronte di quelli corrispettivi inferiori alla soglia) solamente la clausola che disciplina i primi sarebbe nulla e quindi la banca sarebbe tenuta a restituire solo gli - eventuali - interessi moratori. Seguendo tale tesi, nell'ipotesi di pattuizione di interessi moratori senza che questi siano mai stati effettivamente pagati (perché mai verificatasi la morosità del cliente nel pagamento delle rate) la banca avrebbe sì commesso usura ma non potrebbe essere civilisticamente condannata a restituire alcunché in quanto il cliente non ha mai pagato i tassi moratori. Vi sarebbe quindi reato senza danno. In realtà, secondo il parere di alcuni giuristi, la soluzione più adatta sembra essere quella che prevede che, in caso di usurarietà dei soli tassi di mora pattuiti in un mutuo, siano dovuti in restituzione dalla banca tutti gli interessi (sia corrispettivi sia moratori) e ciò per due motivi. In primo luogo, la normativa sull'usura ha carattere punitivo - costituendo una vera e propria pena privata - e quindi la soluzione della restituzione di tutti gli interessi è più conforme alla volontà legislativa di punire l'usuraio. In secondo luogo, la norma d'interpretazione autentica (DL 394/2000) ha chiarito che laddove il codice civile e quello penale parlano genericamente di "interessi" si devono intendere richiamati sia quelli corrispettivi sia quelli moratori.

TASSI MORATORI USURARI: COME CALCOLARLI

Secondo una interpretazione data alla Sentenza della Cassazione n. 350/2013, per verificare l'usurarietà di un mutuo si dovrebbero sommare gli interessi corrispettivi con quelli moratori. Per esempio, se il TSU di periodo è il 7%, il tasso corrispettivo è il 3,5% e quello moratorio è il 6,5% (quest'ultimo, in molti mutui, calcolato come somma tra il tasso corrispettivo - 3,5% - e una maggiorazione, detta spread, che in questo esempio è del 3%), secondo tale interpretazione, il tasso complessivo convenuto sarebbe pari al 10% (tasso corrispettivo più quello moratorio). In realtà, tale sommatoria, così come proposta, non ha alcun fondamento matematico. Infatti, il tasso corrispettivo in un mutuo è calcolato sul capitale residuo al momento del pagamento della rata precedente mentre il tasso moratorio è calcolato sulla o sulle rate non pagate (costituite da quota capitale e quota interesse). Di conseguenza, è matematicamente scorretto sommare i due tassi percentuali, perché le basi di calcolo sono completamente diverse. L'errore deriva forse da una superficiale lettura della sentenza, in quanto si confonde il tasso moratorio con la maggiorazione (spread) normalmente applicata al tasso corrispettivo per la quantificazione del tasso di mora. In altre parole, quando la Cassazione ha affermato che si deve tenere conto della maggiorazione (spread sul tasso corrispettivo) prevista per determinare il tasso moratorio, non ha fatto altro che ribadire che, al fine della verifica di usurarietà di un mutuo, occorre verificare anche se i tassi moratori pattuiti siano o meno superiori al TSU.

Lo stesso Arbitro bancario e finanziario (Abf), ha statuito espressamente che la sommatoria tra i due tassi è inaccettabile in quanto l'applicazione dei tassi moratori è prevista come alternativa e non additiva rispetto a quella dei tassi corrispettivi (provvedimenti del Collegio di Napoli, del 20 novembre 2013 n. 5877 e del 26 novembre 2013). Per completezza, va aggiunto che la verifica dell'usurarietà del finanziamento andrà effettuata tenendo conto non solo degli interessi in senso stretto ma anche delle spese e remunerazioni a qualsiasi titolo connesse all'erogazione del finanziamento (per esempio spese di insoluto, spese di assicurazione ecc.), posto che la norma richiede che venga calcolato un tasso effettivo e globale su base annua.

Un aspetto piuttosto problematico, ma di sicuro interesse scientifico e che merita ulteriore approfondimento, è comprendere se anche le penali di estinzione anticipata (presenti spesso nei leasing in forma implicita, sotto forma di tassi di attualizzazione più bassi di quelli utilizzati per la costruzione del piano di ammortamento) possano o meno contribuire all'usurarietà di un finanziamento.

COME PROCEDERE IN PRATICA

Innanzitutto va detto che in caso di conclusione positiva dell’azione contro la banca, la posta in gioco può diventare molto interessante giacchè parliamo della possibilità di vedersi restituita l’intera somma corrisposta a titolo di interessi. Viceversa, ove mai la causa dovesse avere un esito negativo, la somma che il contraente potrebbe essere costretto a pagare a titolo di spese legali non sarà superiore, in ogni caso, a qualche migliaio di euro.

Ciò detto, per valutare se e come procedere contro la banca è necessario innanzitutto disporre di una copia completa del contratto di mutuo con tutti i relativi allegati. Il contratto di mutuo ed i tassi applicati al momento della stipula del contratto dovranno quindi essere analizzati. Se, a seguito dell'esame del mutuo, risulti che il tasso di interesse pattuito superi il tasso soglia individuato dal Ministro dell'Economia e delle Finanze, è possibile richiedere alla banca la restituzione degli interessi.

Per agire contro la banca occorre per prima cosa sostenere una spesa iniziale pari a non più di 1.200 euro che occorreranno per il primo passaggio di media conciliazione e la preparazione, notifica, iscrizione a ruolo dell'atto di citazione nei confronti della banca.

In caso di accoglimento della domanda giudiziale tutti gli interessi verranno dichiarati non dovuti e quelli già pagati verranno eventualmente computati in conto capitale. In caso di accoglimento della domanda giudiziale e con mutuo estinto, gli interessi pagati potranno essere richiesti giudizialmente alla banca mutuante. In caso di soccombenza il mutuatario potrebbe essere condannato al pagamento delle spese legali in favore della banca, spese che dovrebbero essere liquidate nella misura stabilita dal Decreto del Ministro della Giustizia n. 140 del 2012, parametrate al valore della causa, in ogni caso di importo non superiore a qualche migliaio di euro.

RIASSUMENDO:

Esempio di mutuo NON USURARIO
Tasso soglia: 7,0%
Tasso moratorio: 6,5% (somma del tasso corrispettivo + spread 3%)
Tasso corrispettivo: 3,5%
Il mutuo non è usurano perché né il tasso corrispettivo né quello moratorio, singolarmente considerati, superano il TSU.
 
Esempio di mutuo USURARIO
Tasso soglia: 7,0%
Tasso moratorio: 7,5% (somma del tasso corrispettivo + spread 4%)
Tasso corrispettivo: 3,5%
Il mutuo è usurario perché il tasso moratorio, singolarmente considerato, è superiore al TSU.

15:39

Derivati: una bomba su cui è seduta solo Montepaschi?

in questi giorni si sente parlare spesso della “bomba” derivati, con riferimento alla vicenda Montepaschi. Ma cosa sono i derivati? Ed in che misura possono rappresentare un’area di rischio per la solidità delle banche, e di conseguenza, per i risparmiatori?
Va innanzitutto detto che la funzione principale dei contratti derivati è quella di negoziare i rischi connessi alle fluttuazioni delle variabili di mercato (c.d. rischi finanziari) separatamente dall’operazione che li ha originati.
Per questa loro particolare caratteristica, vengono spesso e propriamente utilizzati per “coprire” un portafoglio dalle fluttuazioni del valore di uno o più beni o attività finanziarie.
Ad esempio, se si prevede un rialzo del titolo X (che oggi ha un prezzo di 100) nei prossimi 3 mesi, attraverso un contratto derivato, definito future, ci si può coprire da tale rischio di aumento di prezzo, riservandosi la possibilità di acquistare il titolo X sempre al prezzo di 100.
Il problema è che sempre più frequentemente il derivato viene usato invece per le sue caratteristiche speculative, perché si pone in essere questo tipo di contratto con il solo scopo di ottenere profitti a breve.
Facendo riferimento all’esempio precedente, se dopo 3 mesi, il titolo X quota 120, l’operatore che lo ha pagato 100, lo vende a pronti e lucra subito la differenza.
In questo modo, il derivato consente di guadagnare grandi cifre investendone in realtà pochissime. Ma proprio per questo motivo è anche a rischio di forti perdite, perché è sufficiente una piccola oscillazione del prezzo del titolo sottostante a far crollare le quotazioni del derivato.
Da quando i tassi sono scesi con conseguente riduzione dei margini connessi con la compravendita di denaro, la finanza strutturata sembra essere l’investimento principale di tutte le banche del mondo.
Secondo un recente studio di Mediobanca, i contratti derivati nei bilanci bancari ammontano a 7 volte il patrimonio netto tangibile. E, sempre secondo Mediobanca, una perdita di valore di solo il 10% del portafoglio derivati ridurrebbe del 55% il valore patrimonio netto delle banche europee
I rischi sono enormi perché le cifre sono da brividi: secondo quanto riportato dal quotidiano La Repubblica, le prime 10 banche italiane alla fine di giugno del 2012 avevano investito nei derivati 218 miliardi di euro, una cifra pari all’intero Pil della Grecia. E se allarghiamo l’orizzonte ai confini continentali, solo per fare un esempio, la Deutsche Bank da sola sedeva a giugno 2012 su una bomba da 859 miliardi di finanza creativa (quattro volte il valore dei primi 10 istituti italiani).
Volete sapere qual è il valore dei derivati in circolazione nei mercati globali a metà del 2012? 637 trilioni di dollari (637.000.000.000.000.000.000), un numero spaventoso, che equivale a più o meno 10 volte il Prodotto interno lordo dell’intero pianeta, Stati Uniti e Cina compresi!
E la cosa più divertente è che anche lo Stato Italiano possiede derivati nel suo bilancio. Si è scoperto per caso, perchè lo scorso marzo del 2012, il Tesoro italiano ha pagato a Morgan Stanley 2,5 miliardi di euro per chiudere un contratto derivato che era stato sottoscritto nel 1994 da Dini, ministro del Tesoro del primo governo Berlusconi. Di questa esorbitante spesa sappiamo poco o nulla, ma insinua il ragionevole dubbio che anche i conti dello Stato siano “corretti” da 160 miliardi di contratti derivati.
Nella tabella che segue, vi riporto infine, il valore dei contratti derivati presenti nei portafogli delle prime 5 banche italiane, come riportati nei rispettivi bilanci al 31/12/2011:

Banca
Totale attività finanziarie detenute per la negoziazione
Totale Derivati
% Derivati su tot. Attività finanziarie
Patrimonio netto
Derivati su Patrimonio netto
Unicredit
130.985,41
101.055,20
77,15%
52.289,92
1,93
Intesa Sanpaolo
59.963,00
41.789,00
69,69%
45.407,00
0,92
Montepaschi
32.539,18
16.425,75
50,48%
12.970,32
1,27
Banco Popolare
8.745,14
4.844,21
55,39%
9.560,27
0,51
Ubi Banca
3.515,90
1.435,11
40,82%
10.583,20
0,14
Fonte: Elaborazione personale su bilanci pubblicati (dati in migliaia di euro)